carlo
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| spedito il 9-1-2004 alle 17:45 |
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PopWar. I conflitti nell’era del web
Il 13 gennaio 2004, alle ore 17.30, nell’aula video dell’Istituto Tecnico
“Avogadro” di Torino
si svolge un incontro promosso dal Centro studi di ACMOS in relazione alla
presentazione del libro edito da Apogeo
“PopWar. Le visioni libertarie dell’uso delle nuove tecnologie”
di Stefano Gulmanelli, con la collaborazione di Arianna Dagnino,
due giornalisti e studiosi dei cambiamenti e dei conflitti indotti dalla
rivoluzione digitale.
L’incontro, condotto da Carlo Infante (docente di Performing Media e
Cultura Digitale all’Università di Lecce, Accademia di Belle Arti di
Macerata e Istituto Europeo del Design di Torino)
affronterà i diversi aspetti dei conflitti che tendono ad emergere con la
diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione stanno provocando.
Dai sistemi del controllo totale alla violazione della privacy iniziano a
rivelarsi dei pericoli che solo una consapevolezza diffusa dell’uso sociale
dei media interattivi può affrontare.
In questo senso il cosiddetto “net-attivismo”, attraverso l’azione
culturale all’interno delle reti, potrà creare opportunità emblematiche di
libertà e partecipazione.
Nell’incontro, a cui parteciperanno gli autori, Stefano Gulmanelli e
Arianna Dagnino, saranno rilevate le diverse espressioni di questa
creatività connettiva, dalle “smartmob” ( le azioni ludiche basate sull’uso
dell’info-mobilità) al “file-sharing” (la condivisione dei file, come
quelli musicali, che il caso Napster ha reso noto), dalla “sousveillance”
(l’azione dal “basso” che gioca con la sorveglianza video e telematica)
alla “street television” (le televisioni di comunità che fanno intuire come
si possa reagire al dominio TV).
L’incontro apre una serie di riflessioni che il Centro studi di ACMOS sta
progettando con il compito di educazione alla cittadinanza, ponendosi come
primo obiettivo la necessità di promuovere un’attenzione verso la
cittadinanza digitale da sperimentare nel web.
Introducono l’incontro Marco Tabbia, vicepresidente di ACMOS e MariaChiara
Giorda responsabile Centro Studi Streben di Acmos.
ACMOS è un’associazione apartitica e aconfessionale che si occupa di
educazione alla cittadinanza soprattutto nelle scuole superiori. Il Centro
Studi Streben, che è il centro studi dell’Associazione, ha cominciato ad
interrogarsi sulle potenzialità implicite nei nuovi media, domandandosi
come questi possano diventare una risorsa nella costruzione di orizzonti
culturali e nuove pratiche di democrazia.
Non si può pensare oggi di creare e trasmettere sapere e cultura, senza
essere al passo con le risorse che le nuove tecnologie offrono: i media
ricoprono un ruolo cruciale nella caratterizzazione dell'immaginario
collettivo e individuale, nella costruzione di valori personali, culturali,
sociali, politici.
Non ultima si pone una domanda, rivolta fondamentalmente alle nuove
generazioni e alle istituzioni che se ne occupano: se la scuola è palestra
di cittadinanza, può esserlo, a buon diritto, anche di cittadinanza
digitale?
Per informazioni:
Associazione Acmos
Via Leoncavallo 27 Torino
Tel. 011/2386330
info@acmos.net
http://www.acmos.net
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carlo
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| spedito il 9-1-2004 alle 18:11 |
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qualcuno ha già letto il libro?
se si
ecco un'ottima occasione x rilanciare un po' delle domande che
inesorabilmente un libro come questo scatena...
ne ho una
tanto x iniziare
è possibile rilanciare quello slogan
fatto proprio da Indymedia
http://www.indymedia.org
con il suo BE THE MEDIA
"non odiate i media
diventate i media"
affermando che la soggettività interconnessa e vitale
può rappresentare
un'indicazione politica strategica?
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info
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| spedito il 9-1-2004 alle 18:15 |
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scrittura mutante a Settimo Torinese
il giorno dopo
siete invitati tutti alla Biblioteca Multimediale di Settimo
qui trovi tutte le info
http://www.trovarsinrete.org/Scrittureconnettive.htm
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mk
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spedito il 12-1-2004 alle 13:24 |
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recensione PopWar
ehmm, buongiorno a tutti.
Visto che domani c'è la presentazione a Torino del libro Popwar, volevo
sottoporre alla vostra attenzione la mia recenzione per WMT del libro
stesso, che ho letto e che vi consiglio caldamente di leggere
vi invio qui un rtf e in un secondo intervento un pdf
saluti
mk
Allegato: rece.rtf (6.18kb) Questo file è stato scaricato 275 volte
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mk
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spedito il 12-1-2004 alle 13:27 |
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recensione PopWar 2
e questa è la versione cool in pdf
buonagiornata a tutti
mk
Allegato: rece.pdf (144.47kb) Questo file è stato scaricato 234 volte
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carlo
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| spedito il 12-1-2004 alle 14:30 |
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ipertinenza
popwar
è una guerra da giocare
per non essere giocati
è emblematico in questo senso
girare intorno alla parola : POP
che come ci suggerisce il libro
è bene intendere
come nuovo stato d'animo
ecco è qui il punto
è una guerra in cui alle tecnocrazie e al liberismo efferato che
sottraggono spazi di libertà e di autonomia
c'è da contrapporre nuove pratiche d'interconnessione sociale
promuovere cioè
quell'intelligenza connettiva
quell'ipertinenza (dove le pertinenze e le affinità elettive si trovano e
si potenziano in rete)
di cui tratta Derrick De Kerckhove
quell'interdipendenza positiva di cui si parla nel cooperative learning
e certamente l'Hacktivism...
carlo ha allegato questa immagine:
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Senzafine
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| spedito il 12-1-2004 alle 20:39 |
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Ho trovato particolarmente interessante il discorso sul copyright e sulla
proprietà intellettuale e sulla loro evoluzione. Il copyright, grazie
all'avvento del web, sta subendo dei cambiamenti che porteranno, se non
alla sua scomparsa, a nuove forme e nuovi modi di intendere la proprietà
intellettuale. E' possibile che questo contribuisca a una rivoluzione anche
al di fuori della rete, che abolisca o ridimensioni la proprietà
intellettuale in ambiti più importanti per l'umanità che non la libertà di
scaricarsi un mp3, come per esempio per i farmaci coperti da brevetto?
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luca
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| spedito il 12-1-2004 alle 22:18 |
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Hacktivism: nuova aristocrazia?
certo
gli hacker aprono la pista
sperimentano in prima persona
le opportunità che la rete esprime
prendono ciò che non viene dato e predeterminato
ma delle volte si arroccano nella loro qualità di ultracompetenti
non c'è il rischio di una nuova aristocrazia
anche se libertaria?
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Stegul
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| spedito il 14-1-2004 alle 14:51 |
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delle volte si arroccano nella loro qualità di ultracompetenti
non c'è il rischio di una nuova aristocrazia
anche se libertaria?
Mah forse meglio un'aristocrazia libertaria di una liberticida... a parte
gli scherzi, competenza e conoscenza tendono - da sempre - a
stratificare... ma poche volte ho trovato preclusione, quando chiedevo di
capire... a patto di voler capire davvero
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ek
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spedito il 15-1-2004 alle 17:55 |
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mapuche
Ci siamo conosciuti alla presentazione del libro Popwar mi avevi promesso
una risposta su artificiale vs naturale.
A presto
Erika
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carlo
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| spedito il 16-1-2004 alle 12:42 |
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rilanciala
quote: Originariamente scritto da ek
Ci siamo conosciuti alla presentazione del libro Popwar mi avevi promesso
una risposta su artificiale vs naturale.
A presto
Erika
certo
rilanciala!!
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Stegul
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| spedito il 18-1-2004 alle 07:57 |
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quote: Originariamente scritto da ek
Ci siamo conosciuti alla presentazione del libro Popwar mi avevi promesso
una risposta su artificiale vs naturale.
A presto
Erika
Sì, ricordo di aver detto di che avrei risposto sul forum ma non ricordo la
domanda (scusa, ma l'età che avanza sa essere impietosa)... se me la
rilanci sarò felice di dibatterla. Ciao
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tabbia
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spedito il 18-1-2004 alle 12:09 |
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scusate la latitanza...
mi inserisco rilanciando in modo provocatorio un tema su cui mi sto
interrogando questa settimana: il copyright per le opere d'ingegno è
auspicabile che venga superato?... come mai il libro popwar ne ha uno?!?...
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Andrea Zummo
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| spedito il 18-1-2004 alle 13:27 |
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La mia è forse più una considerazione, che una domanda. Durante l'incontro
di martedì scorso riflettevo sul tema "privacy contro sicurezza"... forse
non era tanto la questione dell'arbitrio e la limitazione di libertà che i
governi si prendono (ha ragione Stefano: la cosa è naturale)... penso al
"protocollo" , citato nel libro, con i setti poteri che il governo
americano può esercitare in caso di contaminazione da antrace o simili. Se
da una parte una cosa del genere è abbastanza comprensibile, dall'altra si
potrebbe pensare che, ragionando in questi termini, anche limitazioni più
pesanti delle libertà e vere e proprie prevaricazioni coercitive siano
tollerate e accettate (penso al caso della tortura di prigionieri per
scoprire piani terroristici o alla stessa guerra preventiva)...
Capisco che il discorso sia delicato, ma la consapevolezza esiste? Quanto,
in una simile situazione, la rete e le nuove tecnologie sono l'ago della
bilancia? E se anche lo fossero, allo stato attuale delle cose mi sembrano
ancora un mezzo elitario e un po' bistrattato. Se la partita si gioca su
questo campo, occorre preocccuparsene...
Spero di non essere stato troppo contorto.
a presto
Andrea Zummo
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carlo
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| spedito il 18-1-2004 alle 15:32 |
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sarebbe bello se riformulassi qui la domanda
quote: Originariamente scritto da ek
Ci siamo conosciuti alla presentazione del libro Popwar mi avevi promesso
una risposta su artificiale vs naturale.
A presto
Erika
te l'avevo promessa io
la risposta
ma aspetto che tu rilanci la questione
a quel punto si potrebbe articolare un bel fronte di discussione
in cui spero possano entrare anche altri
a te
l'input!
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mc
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spedito il 18-1-2004 alle 18:24 |
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aggiungo altra carne al fuoco...
la domanda che avrei voluto porre ad arianna e stefano:
Il nodo centrale del nostro ragionamento, che perfettamente si incrocia con
uno dei passaggi di Popwar è proprio l’accesso alle infrastrutture
comunicative, che determina chi e in quale modo può partecipare alla
società dell’informazione attuale. Il diritto ai media, più o meno nuovi,
diventa diritto alla comunicazione e all’informazione, e diventa,
fondamentale per il discorso politico che ci interessa, un importante e
necessario diritto/dovere del nuovo cittadino che è , anche, cittadino
digitalequali spazi di cittadinanza potrà aprire e quali invece potrebbe e
chi potrebbe escludere le la creazione di nuovi spazi di cittadinanza,
attraverso le nuove tecnologie, significa davvero creazione di spazi
pubblici e democratici.
.
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Stegul
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| spedito il 19-1-2004 alle 09:36 |
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61159
quote: Originariamente scritto da tabbia
scusate la latitanza...
mi inserisco rilanciando in modo provocatorio un tema su cui mi sto
interrogando questa settimana: il copyright per le opere d'ingegno è
auspicabile che venga superato?... come mai il libro popwar ne ha uno?!?...
Domanda 1: se è retorica e provocatoria in quanto propedeutica alla seconda
domanda, è inutile che risponda... se è invece domanda in cerca di
risposta, ecco la risposta
quella del libro è (riassumo per chi vuole commentare senza leggerlo): ci
sono varie modulazioni di copyright (che arrivano fino al copyleft) - dal
Founding Father al Creative Commons fino al no Copyright - che possono
fornire strumenti di controllo della distribuzione (attenzione, anche
licenze 'aperte' come GNU attuano un controllo delle modalità di
distribuzione, per quanto 'liberali') senza gli obbrobri del Mickey Mouse
Act... nel caso non si sappia cos'è ...è quello che negli USA ha portato il
copyright a 95 anni post mortem per il ‘work on hire’.
Risposta a domanda due: perchè l'editore - che garantisce una distribuzione
discreta che per quest'opera volevo e necessitavo - lo richiede... quando
possiamo e ne abbiamo voglia arriviamo anche a applicare il copyleft.. ad
esempio il libro precedente - Jesus Christ Cyberstar
(http://www.jcconline.it) - firmato Arianna Dagnino, edito da Edra su
progetto Nomads (la società di consulenza editoriale di cui sono
amministratore) è copyleft
Comunque è meglio fare una precisazione, prima che mi ritrovi a dover
'difendere' le posizione NetAttiviste: il libro è una fotografia ragionata
(qualcuno particolarmente buono l'ha chiamato ‘studio’) di un fenomeno non
particolarmente visibile ma - secondo me che ci ho voluto scrivere un
libretto - piuttosto importante... ma i 'fotografi' registrano, non
necessariamente approvano/condividono ciò che hanno davanti agli occhi....
chi legge il libro (scusate l'insistenza ma non avrei intenzione di parlare
di PopWar senza che questo sia stato almeno sfogliato) non avrà difficoltà
a intuire quali sono i passaggi del ragionamento NetAttivista che guardo
con una certa simpatia... ma questo non significa che io abbia 'sposato' in
toto la causa...
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carlo
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| spedito il 19-1-2004 alle 09:50 |
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link all'editore Apogeo
x chi volesse avere qualche info in + sul libro
http://www.apogeonline.com/webzine/2004/01/09/10/200401091001
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Stegul
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| spedito il 19-1-2004 alle 10:01 |
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61159
quote: Originariamente scritto da Andrea Zummo
La mia è forse più una considerazione, che una domanda. Durante l'incontro
di martedì scorso riflettevo sul tema "privacy contro sicurezza"... forse
non era tanto la questione dell'arbitrio e la limitazione di libertà che i
governi si prendono (ha ragione Stefano: la cosa è naturale)... penso al
"protocollo" , citato nel libro, con i setti poteri che il governo
americano può esercitare in caso di contaminazione da antrace o simili. Se
da una parte una cosa del genere è abbastanza comprensibile, dall'altra si
potrebbe pensare che, ragionando in questi termini, anche limitazioni più
pesanti delle libertà e vere e proprie prevaricazioni coercitive siano
tollerate e accettate (penso al caso della tortura di prigionieri per
scoprire piani terroristici o alla stessa guerra preventiva)...
Capisco che il discorso sia delicato, ma la consapevolezza esiste? Quanto,
in una simile situazione, la rete e le nuove tecnologie sono l'ago della
bilancia? E se anche lo fossero, allo stato attuale delle cose mi sembrano
ancora un mezzo elitario e un po' bistrattato. Se la partita si gioca su
questo campo, occorre preocccuparsene...
Spero di non essere stato troppo contorto.
a presto
Andrea Zummo
Andrea, credo tu abbia centrato il punto: la consapevolezza (e,
aggiungerei, un minimo di onestà intellettuale). Dire in astratto: "io non
ho niente da nascondere quindi facciano pure (posizione 100%
pro-sicurezza)" è superficiale e fuorviante: le raccolte dei dati e le
procedure di controllo della popolazione (COMPRESE QUELLE PER LA "DECON",
cui fai riferimento tu) per natura si prestano a forzature e distorsioni...
soprattutto alla luce delle possibilità di incrocio fra i dati che le
tecnologie (che in questo caso sembrerebbero 'nemiche') consentono in
misura crescente... dire in astratto: "cosa c***o vuole il sistema da me,
lasciatemi in pace" (posizione 100% privacy) è ipocrita a meno che tu non
sia oggettivamente e soggettivamente disposto a correre la massima
probabilità (non altissima ma di questi tempi tutt'altro che teorica) di
rischio di saltare in aria quando prendi una metro o un aereo...
Ribadisco quanto detto nel ns incontro..questo è un campo in cui la
negoziazione sarà fondamentale... il trade off (quanto di uno devo
sacrificare per avere un pò più dell'altro) è oggettivo, quindi ogni volta
che lasci qualcosa (di privacy o sicurezza, indifferentemente) devi essere
consapevole di ciò che stai lasciando e di ciò che potresti ottenere in
cambio ... solo così la negoziazione ha un senso... aspettare che i governi
si auto-limitino non mi sembra saggio... anche perchè aldilà delle innate
pulsioni al controllo, i governi hanno fra i loro compiti quello di
garantire sicurezza a coloro che sono governati, ci sono ampie fasce
sociali che chiedono questo in primis..
Perciò la strada è consapevolezza (da acquisire informandosi,
interessandosi, acquisendo in altre parole cognizione di causa, attraverso
la Rete e non... lo so costa fatica, è più sempice 'delegare') e poi
negoziazione, serrata, dura (ma NON ipocrita) con la controparte (ovvero il
governo... considerando che facciamo parte di quel ristretto numero di
posti nel mondo dove si esercita la democrazia, tutto sommato è una
controparte su cui abbiamo un qualche controllo, no?)
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Andrea Zummo
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| spedito il 19-1-2004 alle 15:15 |
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Pienamente d'accordo, Stefano. Qualche perplessità mi resta, comunque; sarà
che non ho mai avuto questo gran feeling con i computer e le nuove
tecnologie... ma al di là di questo mio problema personale, permangono in
me alcuni dubbi. Siamo sicuri che la controparte sia soltanto il governo o
i governi? Mi spiego: ammettendo di essere disposti a informarsi, conoscere
e poi negoziare e controllare, quanto sono destabilizzanti e fuorvianti
alcuni episodi? Del tipo: oggi apro la posta elettronica e trovo due
messaggi, uno con mittente sconosciuto, contenuto vuoto e allegato
misterioso (e ieri un'altro da un fantomatico mittente olandese!); l'altro
che mi metteva in guardia dai rischi della clonazione del cellulare, in
caso di chiamate o messaggi da un particolare numero. Ora, io ho
l'impressione che tutto ciò non aiuti una coscientizzazione generale, anzi
il timore di beccarsi un virus nel computer, per aver abbandonato carta e
calamaio, scrivendo le più funzionali e-mail, rischia di essere un
deterrente per chiunque voglia spingersi un po' più in là; sono solo
buontemponi (o criminali in erba) di risibile importanza, o, più o meno
implicitamente, concorrono a peggiorare il clima? Io non sono di quelli che
prenderebbero a martellate i pc, ma non mi stupisco di certe forme di
scetticismo o totale rifiuto, di fronte a episodi del genere. Magari è solo
una mia paranoia, ma qua si parla di cittadinanze digitali, la questione è
delicata. D'altra parte la fiducia e l'uso gigantesco di internet (leggevo
della campagna elettorale di Howard Dean, probabile candidato democratico
alle presidenziali, impostata dando grande importanza al web e lasciando la
possibilità ai suoi elettori di sostenerlo finanziariamente attraverso il
suo sito; pare che la cosa abbia molto successo, soprattutto, inutile
dirlo, tra i più giovani) e delle nuove tecnologie in fatto di
comunicazioni (durante l'incontro si parlava della precettazione degli
scioperanti a Milano avvenuta attraverso messaggio sul cellulare... a
quando l'avviso di garanzia via sms?) farebbero pensare che episodi a cui
alludevo prima siano marginali o poco rilevanti. Nel bene o nel male, io me
ne preoccupo poco, ma è davvero questa la percezione generale? Se mi dite
che sbaglio, smetterò di assilare con queste elucubrazioni (ancora una
volta piuttosto contorte) e dormirò più tranquillo.
a presto
Andrea Zummo (Centro Studi Acmos)
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tabbia
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spedito il 19-1-2004 alle 17:07 |
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quote: Originariamente scritto da Stegul
Domanda 1: se è retorica e provocatoria in quanto propedeutica alla seconda
domanda, è inutile che risponda... se è invece domanda in cerca di
risposta, ecco la risposta
quella del libro è (riassumo per chi vuole commentare senza leggerlo): ci
sono varie modulazioni di copyright (che arrivano fino al copyleft) - dal
Founding Father al Creative Commons fino al no Copyright - che possono
fornire strumenti di controllo della distribuzione (attenzione, anche
licenze 'aperte' come GNU attuano un controllo delle modalità di
distribuzione, per quanto 'liberali') senza gli obbrobri del Mickey Mouse
Act... nel caso non si sappia cos'è ...è quello che negli USA ha portato il
copyright a 95 anni post mortem per il ‘work on hire’.
Risposta a domanda due: perchè l'editore - che garantisce una distribuzione
discreta che per quest'opera volevo e necessitavo - lo richiede... quando
possiamo e ne abbiamo voglia arriviamo anche a applicare il copyleft.. ad
esempio il libro precedente - Jesus Christ Cyberstar
(http://www.jcconline.it) - firmato Arianna Dagnino, edito da Edra su
progetto Nomads (la società di consulenza editoriale di cui sono
amministratore) è copyleft
Comunque è meglio fare una precisazione, prima che mi ritrovi a dover
'difendere' le posizione NetAttiviste: il libro è una fotografia ragionata
(qualcuno particolarmente buono l'ha chiamato ‘studio’) di un fenomeno non
particolarmente visibile ma - secondo me che ci ho voluto scrivere un
libretto - piuttosto importante... ma i 'fotografi' registrano, non
necessariamente approvano/condividono ciò che hanno davanti agli occhi....
chi legge il libro (scusate l'insistenza ma non avrei intenzione di parlare
di PopWar senza che questo sia stato almeno sfogliato) non avrà difficoltà
a intuire quali sono i passaggi del ragionamento NetAttivista che guardo
con una certa simpatia... ma questo non significa che io abbia 'sposato' in
toto la causa...
La mia era una riflessione seria e non una provocazione fine a se
stessa...
Vogliamo fare un progetto in un istituto superiore sul tema dei nuovi
linguaggi e sull'uso delle reti... sarà una community musicale (come
pretesto)... stavamo meditando di dare in omaggio ai frequentatori della
community cd realizzati attraverso il file sharing... da lì è nata la
discussione sulla proprietà intellettuale... quesito che pure avendo letto
il libro non trova a nostro avviso una risposta convincente... Possono (ad
esempio) le canzonette pop considerarsi patrimonio pubblico e come tali non
moralmente vincolabili da proprietà intellettuale... L'entertainment deve
essere "di tutti" come le informazioni, le medicine, l'acqua (panem et
circenses insomma)... o è giusto che l'artista (o saltimbanco) in questione
si veda riconosciuto il suo sforzo secondo leggi di mercato???
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Stegul
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| spedito il 19-1-2004 alle 17:45 |
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61159
Se mi dite che sbaglio, smetterò di assilare con queste elucubrazioni
(ancora una volta piuttosto contorte) e dormirò più tranquillo.
Onestamente nessuno può dirti che sbagli... le tecnologie sono comunque
foriere di cambiamento e il cambiamento - come insegnano i giapponesi e il
loro 'mono-ideogramma' - può essere sia rischio che opportunità....
Certo, si può sempre decidere di non abbracciare il cambiamento..:-(
Ciao
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Stegul
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| spedito il 19-1-2004 alle 17:54 |
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da lì è nata la discussione sulla proprietà intellettuale... quesito che
pure avendo letto il libro non trova a nostro avviso una risposta
convincente... Possono (ad esempio) le canzonette pop considerarsi
patrimonio pubblico e come tali non moralmente vincolabili da proprietà
intellettuale... L'entertainment deve essere "di tutti" come le
informazioni, le medicine, l'acqua (panem et circenses insomma)... o è
giusto che l'artista (o saltimbanco) in questione si veda riconosciuto il
suo sforzo secondo leggi di mercato???
Quello che posso dire sull'argomento è scritto da pag 124 a 129 di
PopWar... se non convince temo di non poter fare di meglio (altrimenti lo
avrei fatto nel libro :-)
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carlo
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| spedito il 22-1-2004 alle 18:25 |
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i margini del no-profit
[quote
La mia era una riflessione seria e non una provocazione fine a se
stessa...
Vogliamo fare un progetto in un istituto superiore sul tema dei nuovi
linguaggi e sull'uso delle reti... sarà una community musicale (come
pretesto)... stavamo meditando di dare in omaggio ai frequentatori della
community cd realizzati attraverso il file sharing... da lì è nata la
discussione sulla proprietà intellettuale... quesito che pure avendo letto
il libro non trova a nostro avviso una risposta convincente... Possono (ad
esempio) le canzonette pop considerarsi patrimonio pubblico e come tali non
moralmente vincolabili da proprietà intellettuale... L'entertainment deve
essere "di tutti" come le informazioni, le medicine, l'acqua (panem et
circenses insomma)... o è giusto che l'artista (o saltimbanco) in questione
si veda riconosciuto il suo sforzo secondo leggi di mercato???
<<<
x capire meglio la questione
ti rilancio 2 domande:
i materiali che vuoi utilizzare verranno
manipolati-reinventati-campionati?
il cd da produrre sarà in vendita?
esistono ancora dei margini x il no-profit e l'educational entro cui ci si
può muovere
<<<
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brisaisa
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| spedito il 26-1-2004 alle 15:14 |
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Ciao a tutti!
Trovo che il dibattito e le questioni sollevate nel forum e nell'assemblea
di presentazione siano molto interessanti. Io però continuo a essere un po'
scettica rigardo alla questione sul copyright...
Non riesco a capire qual è il limite tra libertà e sicurezza... Credo di
essere poco abituata a pensare in questi termini...
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