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di ATLANTE NEOBAROCCO

La città del sogno -Claudia. di Nico Barletti

A proposito di feste e santi, invio con piacere un capitolo del mio libro di recente pubblicazione 'Vita felice di un pesce rosso'(edizioni Piero Manni 2004).
Nico Barletti, architetto e scrittore

Capitolo sesto
( La citta' del sogno- Claudia )
Mentre Claudia digitava meccanicamente il nickname,
comparivano nella finestrella a quadretti le lettere 'B.L.U.E.
P.R.I.N.C.E.S.S.'.
Lo schermo del computer inizio' una nuova serie di configurazioni, indotte da un distratto clic su uno dei banners: comparvero a cascata mondi disponibili alla penetrazione. Una serie interminabile di mutazioni a grappolo, quasi una sequenza di fuochi d'artificio in una festa di paese, senza il crepitio degli scoppi, in successione slittata di un delta appena percepibile (i colori luminosi li vedi esplodere, il loro rumore non ce la fa nella gara con la luce: arriva sempre in ritardo; i suoni delle cose accompagnano la loro materia, la luce sfugge loro, altra e distante).


Claudia adesso li vedeva, quei fuochi.
E ricordava.


Era a Lecce, in mezzo alla folla, tra le luminarie del viale che introducevano alla piazza dove, al centro, era stata collocata la cassa armonica di legno dipinto. Questa esibiva l'inviluppo puntinista delle sue lampadine. Linee luminose di colore diverso, segnavano i fregi decorativi delle volute barocche, all'interno degli archi e sulla lanterna. Un tempietto luminoso, il cui stile incerto aveva probabilmente attraversato il tempo e la memoria degli artigiani che se ne tramandavano le regole costruttive.
Gli ottoni, lucidati per l'occasione, brillavano deposti sulle sedie pieghevoli: per lucentezza e forme erano i protagonisti delle fantasie dei bambini che li fissavano a bocca aperta (ah, il trombone!). La festa patronale la ricordavi ogni anno un po' diversa, anche se, da brava puttana, era disponibile ad aggiornare di continuo le sue prestazioni per resistere alla concorrenza. Ed, almeno in parte, le riusciva: la festa manteneva la forza del suo richiamo. Gli anziani ci andavano per nostalgia, gli adulti per voglia di stabilita', i piu' giovani per reagire al nulla d'ogni giorno, i bambini per attraversare, come sempre, una favola. Ed ecco che le fasce laterali multicolori delle bancarelle, ai lati del viale delle luminarie ad archi in sequenza, accanto al ripetersi di gesti e cose antiche, esibivano il moderno frullato delle merci.
Le luminarie, reperto immutabile del ripetersi del rito, scheletro fosforescente di un essere brulicante le cui cellule (nuovi corpi umani vocianti in lento incessante movimento) illuminano il dissolversi ed il ricomporsi, in denso ammasso, di quell’essere. Nello stesso luogo, nello stesso tempo ogni anno ( da quando? preferiamo definire sempre un tempo superiore alla nostra memoria) e nello stesso modo. Assieme alle vite degli uomini, oltre gli occhi dei bambini ed i teschi scarnificati dei vecchi, sostituiti ogni anno con indifferente indolenza da altri bambini e da altri vecchi, cambiano lentamente le materie con cui il ventre e le membra del brulicame si nutrono e si vestono. Ma qualcosa rimane, a segnare la lentezza del cambiamento ed il dolore della perdita del tempo vissuto. Ci sono sempre i venditori di scapece, con il loro impasto giallo zafferano nei mastelli di legno senza tempo (le lucide superfici delle doghe di noce sembrano ricoperte da un velo luminoso di sudore, come le fronti dei venditori). E ci sono le mandorle, la cupeta. Ma le terrecotte, i giocattoli, gli utensili antichi, i fischietti di creta, i pupazzi di cartapesta, le ingenue meraviglie costruite con semplici materie prime (congegnate ed assemblate con pazienza e fatica: il sughero, lo stagno, la latta, il legno, la stoppa, la stoffa, la corda, la carta, la colla, il piombo) erano chiuse nel barile della memoria ed avevano ceduto il passo alle armate del vinile, del PVC, della resina, della plastica, lavorate dalle macchine di lontane fabbriche cinesi o coreane, in enormi quantita' ed in pochissimo tempo, in forme diverse, tutte troppo colorate e definitive per lasciare spazio all'invenzione sognante del gioco. Eserciti di robot, mostri ed astronavi, erano atterrati sui banchi direttamente dagli spazi dell'ultimo telefilm o dalla battaglia dell'ultimo videogame. Dalla bancarella accanto risuonavano le sirene delle auto della polizia, crepitavano le pistole elettroniche, gracchiavano i motori dei mezzi da guerra. Questa moltitudine di meccanismi di plastica, rumorosi e semoventi, aveva invaso e desertificato i nostri ricordi, mescolando il suo strepito con quello dei falsi compact disc, che diffondevano le ultime di Sanremo, assieme alle note della pizzica.
Sovrastava implacabile il suono, martellante e con poche variazioni, della musica techno: omogeneizzava la colonna sonora delle voci, delle grida, dei suoni umani, un tempo interrotta dai suoni dei venditori dei zufoli di legno, o dal lontano allegro lamentio della fisarmonica che – a volerlo seguire – portava fino al piccolo cortile della mescita di vino, traccia-guida sensoriale, assieme all'odore acre e pastoso della carne di cavallo alla brace, che sfrigolava nel retro, alle spalle del bancone di marmo, macchiato dai cerchi rossi lasciati dai bicchieri riempiti fino a traboccare appena appena.
Il padre di Claudia ricordava quell'osteria: qualche volta gli era permesso di accompagnarvi il fratello piu' grande, all'insaputa dei genitori. Lui rimaneva nel cortiletto a giocare con la figlia del proprietario, un omone grasso con i grandi baffi spioventi, un torace peloso ed imponente, avvolto sino a scoppiare da una canottiera aderente ed unta. Gli enormi bicipiti lo costringevano ad un'andatura da ominide, con le braccia larghe. La sua voce era pero' stridula, quasi in falsetto, come spesso negli obesi. La figlia piu' piccola era una moretta di quattordici anni



II


Qualcosa di minuscolo quasi prese a tremarti, dietro ogni palpebra, Claudia. Quando, rovistando tra le cose di tuo padre, un anno dopo la sua scomparsa (o dovresti dire sparizione?) avevi trovato uno dei suoi vecchi diari. Piu' che diari, grossi quaderni di appunti, ricordi, riflessioni. Ancora adesso, mentre ricordi quel cortiletto (l'osteria non c'e' piu', sostituita da un gommista), ti si materializza l'immagine di tuo padre adolescente (ancora in calzoni corti, come usava allora), come nella foto trovata in quei quaderni, assieme ad altre, sbiadite e sfocate. Senti un gusto amarognolo in bocca ed i tuoi sensi percepiscono ancora le carezze sul collo che era solito darti. La pelle si tende, mentre rileggi le parole del diario. Vedi la mano di tuo padre accarezzare l'interno delle cosce della ragazzina bruna, Ines si chiamava. Ti sembra di percepire l'odore del sudore mescolato con quello degli umori della sua vagina, descritto nel diario assieme all'odore della carne di cavallo.
C'era un cancelletto che dava su di un piccolo ortale, con una decina di alberi di agrumi ed un fico.
Le sere d'estate, durante la festa, o di domenica, tuo padre scopriva il sesso mentre suo fratello giocava a tressette con gli amici, bevendo negramaro.
Varcava la soglia dell'aranceto con la piccola Ines, piu' alta di lui e piu' sviluppata, oltre che piu' esperta. Era stata lei a portarlo per la prima volta nel giardinetto, al buio: aveva aperto il cancelletto, lo aveva spinto piano contro il muro, alto quanto bastava per nasconderli e per consentire loro il controllo dell'osteria, gli aveva sbottonato i calzoni corti e gli aveva preso con forza l'uccello in mano, agitandolo rapidamente su e giu', quasi fino a fargli male. Lui si era sentito morire ed era venuto subito con un getto improvviso e violento, che brillo' alla luce della luna. Lei rise allegra e lo bacio' con un bacio duro, senza introdurre la lingua, quasi a bocca chiusa. Si strofino' con veloci colpi del bacino sul suo, mentre lui le stringeva i seni da sopra la camicetta: pochi colpi seguiti da una pressione prolungata, quasi rabbiosa, dal basso verso l'alto.
Ogni volta i loro incontri si svolgevano allo stesso modo e duravano pochi minuti, accompagnati dalla paura di essere scoperti. Quei momenti di sesso rapinato erano stati davvero i primi per tuo padre.
Ma c'era un'altra circostanza che aumentava a dismisura il livello di piacere di quegli incontri tra adolescenti, pur se limitati a qualche preliminare e mai conclusi in maniera completa.
Entrambi sapevano che nelle camere sopra la putea c'era un casino, artigianale, ma pur sempre tale. Fierru Filatu (cosi' chiamavano il padre di Ines: i soprannomi spesso erano in evidente contrasto con le caratteristiche di chi li portava) un'attività ufficiale ce l'aveva gia': quella di oste. Il casino lui lo considerava quasi come un servizio supplementare, per i clienti piu' sicuri ed affezionati. La camera di sopra era occupata dalla cognata, trentenne con un'esperienza di lavoro in un casino vero, a Trani, il suo paese.
Ines e tuo padre si accorgevano che in quella stanza si scopava, perche' la zia di Ines, fatto entrare il cliente, si affacciava per tirare le tende. La luce rimaneva accesa e filtrava attraverso la stoffa leggera ed a loro sembrava di assistere a tutto quello che stava succedendo lì dentro, interpretando i movimenti delle ombre e completandone le immagini con la fantasia. Sembrava percio'a quei ragazzi quasi di parteciparvi: quando i movimenti nella camera iniziavano, essi si affrettavano contemporaneamente nelle loro cose e l'eccitazione era massima li', al buio, in piedi, appoggiati al muro del basso recinto, che consentiva loro di sbirciare nascosti senza essere visti, mentre le loro mani avide si agitavano con frenesia. Avevano la sensazione di guardare e di venire guardati mentre facevano il loro sesso parziale ma sfrenato, grazie all'immaginazione.
Quel rito d'iniziazione, rapido, rabbioso, era stato per tuo padre l'esperienza sessuale piu' intensa: lo aveva annotato lui stesso in una nota a matita, scritta a pie' di pagina pochi anni prima della sua scomparsa, dopo la descrizione dell'ultimo di quegli incontri, una decina, quell'estate dei suoi sedici anni:
'… quegli incontri mi facevano star male: tra l'uno e l'altro mi masturbavo spesso, sino a non poterne piu'. Ho la sensazione di avere raggiunto la coscienza del mio corpo solo allora e, dopo, di averla smarrita. Quelle eccitazioni cosi' primarie, fulminanti, scarne, mi diedero la sensazione dell'intensità e della precarieta' della vita, della sua labilita' fisica, ma anche della necessita' di viverla, dell'immenso potere dell'immaginazione. Se ha senso parlare di amore, quello probabilmente lo era'.



III


La festa patronale, sempre uguale, ogni anno diversa.

I festoni di foggia barocca delle luminarie, proponevano una quinta illusoria, sovrapposta alla quinta reale di pietra, anch'essa barocca, della strada. Per tre giorni i disegni delle architetture di luce, raccontavano la favola di un barocco che era li' dietro, in pietra, che di giorno appariva persino austero, nella sua perentoria opulenza; di notte, in secondo piano, appariva nascosto, come avvolto nella scura ovatta del sonno. Viveva allora la citta' del sogno: infantile e magica, colorata, in cui il rigore costruttivo degli ordini che organizzava le forme sinuose del barocco di pietra, lasciava il posto alla leggerezza onirica delle forme della luce. La citta' del sogno era libera e fantastica perche' effimera.
A questa rappresentazione sognante del tempo della propria storia, nessuno voleva rinunciare e le luminarie erano percio' sempre li', puntuali ogni anno quei tre giorni di fine agosto, magari un po' diverse nei dettagli, nelle dimensioni e nella collocazione, le principali sempre negli stessi posti, stesse le strade, le piazze principali, immutabili tracciati ed architetture della memoria cittadina, intessuta nelle fibre dei ricordi e del plasma cellulare di ognuno, anche di chi non vi partecipava direttamente, per snobismo o per impedimento, ma grumo anch'esso del vasto magma della coscienza collettiva.


'Ma che fai, parti proprio domattina? E la processione?', ti domando' tuo fratello Enzo, mentre passeggiavate con papa', lentamente. Era la vigilia della festa patronale, di sera. La sera di quel 23 agosto del '92, a Lecce, vi lasciavate trasportare dal ritmo denso e lento dello struscio, dal pulsare ritmico della folla, seguendo un tracciato a senso unico, prima ad andare e poi a venire, dalla piazza antica alla nuova, e viceversa.
Tuo padre fece finta di niente, forse perche' distratto da pensieri più gravi (cosi' pensasti dopo), oppure perche' contrariato dalla tua decisione o per il suo solito pudore nei sentimenti (così pensasti allora). Tu inceneristi Enzo con un'occhiataccia.


Non ci eri piu' andata alla festa, da allora. Quell'appuntamento che aveva segnato la tua vita, anno dopo anno, quasi un secondo compleanno, quell'anno si era per sempre interrotto.
'Anche la mia vita si era interrotta e, da allora non e' piu' ripresa. O forse e' giusto dire che e' tutto diverso: io sono un'altra persona, ho un altro lavoro, vivo in un'altra citta', la mia casa non e' in nessun posto, ormai. Se la casa e' il guscio della nostra anima, dove si incontrano famiglia, amici, paesaggi della nostra terra, io e la mia anima siamo allora senza casa. Le sue mura sono virtuali, adesso: tra le superfici delle schermate video, ho le mie nuove camere, piene di gente che, come me, vuole parlare senza parlare, vedere senza (farsi) vedere. Apparire e scomparire, cambiando nickname. Anche papa' era scomparso, il 24 agosto di otto anni fa, allora, dopo quel giorno di festa. Il giorno della processione alla quale, per la prima volta, non avevo voluto partecipare.
Da allora, tutta la mia famiglia sei tu, Enzo: fratello, padre, figlio, marito. Un fratello con il quale non gioco piu'. Un padre distratto. Un figlio cresciuto troppo in fretta. Un marito lontano'.


Il suo dialogo muto col fratello fu interrotto dal segnale sonoro che annunciava l’ingresso di Claudia-Blue Princess in Crossroad room, la stanza virtuale più affollata della chat-line.
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