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di ATLANTE NEOBAROCCO

pizzica come flamenco

A proposito di allargamento dello sguardo, vorrei raccontare il mio incontro con la Spagna, dove ho avuto la fortuna di vivere due anni a stretto contatto col mondo del teatro e il flamenco sivigliano. Nulla di piu' Neobarocco. E non parlo delle intenzioni. Parlo della forma e della sostanza, della commistione di madonne e gitani flamenchi nelle processioni della Settimana Santa, di amalgama tra rivendicazioni di ispirazione marxista e rituali di ascedenza controriformista nel teatro di Salvador Tavora, di mediazione tra flamenco "puro" e industria di trajes (vestiti), zapatos (scarpe) e accessori, globalizzata e in continua espansione.


Destino di una terra che ha vissuto quasi ottanta anni prima ciò che il Salento sta vivendo oggi. Quante volte, in quei due anni di permanenza, ho pensato alla Puglia, e al nostro sud in generale...A volte ho pensato che ho consociuto la mia terra solo dopo aver vissuto li'...

Garcia Lorca, Antonio Machado e altri intellettuali andalusi, scoprirono il flamenco e lo elevarono a vera e unica espressione del popolo andaluso. Espressione di sofferenza, di rivendicazine politica, canto di identità. Parallelamente il regime franchista prima e la democrazia dopo, fecero diventare il flamenco un prodotto di esportazione, riproducendo quella separazione di visioni tra gli intellettuali e la politica che conosciamo così bene. Ma ... chi puo' dire se le suggestioni provocate dalla mano, tesa per la disperazione e la rabbia, di un gitano che canta in un bar, con la voce rovinata dalle sigarette, dal'alcool e da un tono sempre troppo alto, appartiene al flamenco puro piu' dell'eleganza della mano studiata nelle accademie di danza che sembra raccogliere i suoni rotondi delle chitarre andaluse?
L'immaginario popolare andaluso, inoltre, e' ricco di 'azioni rituali' direttamente ispirate al flamenco, come conferma la testimonianza di un vecchio aficionado: 'Io parlo di rituale perche' c'e' un'accettazione delle cose che si devono fare da parte di tutti: si sa perfettamente quali sono i comportamenti, i gesti, le parole…e' come una cosa pattuita, ma senza un patto preliminare'.
In realta' il rituale flamenco e' molto complesso: la partecipazione spesso e' aperta a tutti ma l'ascolto attento, l'interpretazione del cante, la funzione del baile, il suono delle mani fino all'incitamento degli esecutori, sono soggetti a regole molto complicate che escludono coloro che non conoscono questo codice. La complessita' musicale obbliga chiunque voglia avvicinarsi al flamenco a una sorta di iniziazione, che prevede un processo di apprendimento finalizzato al riconoscimento delle varieta' stilistiche da un lato e all'assunzione di un ruolo dall'altro. Il flamenco, infatti, appartiene a una tradizione nata verso la fine del XVIII secolo, sul sogno romantico di un 'Sud mitico' e come 'autentica' espressione dell'arte gitano-andalusa . In questa costruzione, il concetto cardine e' stato il mito del gitano 'bohemio', artista maledetto, nottambulo, amante del vino e delle feste e su queste 'virtù' s'e' incarnato anche il profilo dell'iniziato al flamenco. Di fatto, molti andalusi, gitani o no, si sono adattati al modello selvajes, misterioso y atavico, accettando e riproducendo quegli stereotipi che continuano a nutrire un mercato affascinato dall'esotismo di quel Sud mitico, e ancora oggi, tra i luoghi comuni riprodotti soprattutto dal flamenco commerciale, troviamo il mistero, l'irrazionale, il profondo, il sincero, il primitivo, il naturale come principali elementi ispiratori. Ovviamente questo processo di costruzione, che farebbe pensare a una vera e propria 'invenzione della tradizione' non ha impedito che il flamenco stesso si trasformasse in un'inconfondibile manifestazione andalusa, come dice l'antropologo Gherard Steingress: 'Non e' solo un lamento provinciale, ne' un gesto finto per compiacere la sensualità dei turisti (...). Come elemento artistico della regione, [il flamenco] forma parte di quell'eredita' culturale con cui l'individuo può anche non identificarsi, ma che rispetto alla cultura andalusa in generale, conferma il suo ruolo di possibile identita'' .
Questa 'possibile identita'' di cui parla Steingress, e' veicolata, oltre che dal flamenco, da feste religiose e tradizionali, di cui il calendario andaluso e' pieno. Uno studio di antropologia urbana del 1999, conferma: 'Siviglia, capitale europea della disoccupazione, e' contemporaneamente riconosciuta e proclamata come la città festiva per antonomasia' riferita alle occasioni di incontro sociale vissute da tutta la città. Dalla Semana Santa, la festa piu' importante dell'anno, alla Cruz de Mayo, senza dimenticare le veglie che nelle notti d'estate popolano le strade del centro storico, queste feste hanno costituito e costituiscono un elemento molto importante nella definizione dell'Io collettivo, e operano spesso una dissoluzione simbolica delle differenze sociali e delle disuguaglianze.

Cira Santoro
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Franco Ungaro ha scritto:

Da Nardò a Manresa, da Atlante neobarocco a Mediterrania

Giorni di fuoco con Xarxa Teatre: è proprio il caso di dirlo!| Prima a Nardò in provincia di Lecce fra piazze, corti e palazzi barocchi in una bella sera di settembre, poi a Manresa, una piccola cittadina ad un’ora da Barcellona in una sera novembrina che non vuole congedare il caldo tepore dell’estate.
Il fuoco vero, quello che riscalda e brucia, quello che mette paura e che attrae per le sue volute fantasiose e i suoi scoppi prepotenti, quello rigeneratore e purificatore è stato un elemento che ha accompagnato il viaggio di Atlante neobarocco alla ricerca di elementi e forme, vecchie e nuove, capaci di alimentare visioni e immagini per una civiltà che ha perso i suoi tradizionali punti di riferimento e che ne ricerca di nuovi.
Mediterrania è il nome del festival al quale Xarxa Teatre ha regalato la serata di chiusura con un imponente Pyr, spettacolo- evento prodotto appositamente per questo appuntamento con il quale Atlante neobarocco è entrato in sintonia, specie per quel che riguarda riflessioni e suggestioni collegate al ricco patrimonio musicale dell’area mediterranea i cui interpreti indagano nuove possibilità insite nel rapporto fra tradizione e modernità.
Più di cento spettacoli in tre giorni, quindici spazi di spettacolo, quaranta gruppi tutti imperniati sul recupero e sulla riattualizzazione delle arti tradizionali, dalla musica al teatro alla danza.
Manresa ci conferma nella convinzione che, come succede a Melpignano con La notte della taranta c’è grande attenzione, specie fra i giovani, sui temi e sui motivi della tradizione che non può però essere ridotta in chiave di puro folklore perché ampio è ormai lo spettro delle contaminazioni in chiave world e nuovo diventa quello spazio sonoro nomade che raccoglie e intercetta flussi, esperienze, testimonianze di piccole comunità e culture locali. Purtroppo ci si interroga ancora poco sulla diffusione e sul recupero delle tradizioni popolari in atto a livello planetario e che sta toccando tutti i campi della conoscenza (il successo del progetto Terra Madre al Salone del Gusto di Torino durante il quale sono stati ospitati 5.000 contadini provenienti dalle aree povere del mondo è un’ulteriore testimonianza e conferma).
A Manresa un pubblico eterogeneo di tutte le età e di ogni profilo professionale è attratto da questi suoni che producono trance e vertigini emozionali, incantato dalla luce potente emanata dai fuochi di Xarxa: qui il paradigma neobarocco dispiega le sue potenzialità disseminando stupore, meraviglia, illusione, eccessi, ridando nuova linfa e nuova prospettiva alla storia e alla tradizione. E sorprende il modo singolarmente naif con cui la gente balla indistintamente i ritmi della dance tecnologica e quelli più antichi e popolari delle classiche balere, a sottolineare sia la nascita di nuove modalità di percezione e fruizione dei prodotti culturali nell’epoca postindustriale che travalica fedeltà ai generi e alle classificazioni sia la nascita di un nuovo linguaggio geneticamente impastato di forme arcaiche e sperimentazioni innovative.
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