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Pellegrino di Puglia
“La Puglia è un meraviglioso, austero, paese arcaico. L’unico dove si assiste ancora allo spettacolo incontaminato, e per interminabili distese, di una flora anteriore alla calata degli indo-europei: solo ulivi e viti, viti e ulivi, le piante che nel nome, tenacemente conservato e trasmesso, rivelano ancora di essere state trovate sul posto dagli invasori ariani”
“Di contro alla Puglia sta Bari. Bari non è l’espressione della Puglia, anche se Bari assomma l’orgoglio della Puglia: Bari è l’avamposto della nuova invasione ariana, quella della civiltà delle macchine. Così, come ultima ondata. Ma la terra vera di Puglia è quella arcaica, non arretrata ma immemoriale, che riesce a sopravvivere anche ai grattacieli di Bari, a insinuarsi nelle sue strade lucenti e nel lungomare grandioso”.
Il “dolmen” di Giurdignano:
“Ma c’erano, i fantasmi, c’erano apertamente, senza sotterfugio: e di giorno e di notte. Fantasmi solidi, sparsi ovunque, inestirpabili, per quanti se ne raduni. Sono le pietre. Le pietre che la terra pugliese ha in sé come i fantasmi del proprio passato di una storia ignota e preumana. (…) il contadino pugliese solca quell’ossario (…)”
“Dovunque si vada, in Puglia, si vedono pietre che si aggregano, si cercano, si compongono, come se invece che pietre fossero calamite. Ma perché sono fantasmi. Sono fantasmi, gli unici veri, che vogliono rivivere nell’epoca del cemento armato la loro prima vita di una storia agli albori, quando tutto era da inventare e, per un’invenzione sola, non bastavano i millenni a esaurirla”.
Lecce gentile:
“Forse voi saprete che la Firenze del Barocco – come la chiamò il Gregorovius – è una città gentile, d’affabile parlata, patria di un barocchetto che la fa simile ad una città spagnola”.
“Lecce offre uno spettacolo troppo insolito, nel Barocco. Quello di una civiltà architettonica che si sviluppa ai margini del gusto ufficiale, e per più di un secolo prosegue, accettando suggerimenti e motivi, ma posti in una confondibile infusione con il gusto locale. Quando comincia, e son nomi oscurissimi quelli del Riccardo e dello Zimbalo, è chiaramente un caso di rifrazione indiretta e provinciale”.
“Motivi provenienti dal napoletano, «plateresco» (…) gusto del lusso e dello sfarzo, (…) a Lecce, dove dal principio – e siamo alla fine del Cinquecento – si avverte che l’eredità normanno-aragonese non è affatto data per morta. (…) Motivi ornamentali – leoni, aquile, grifi – esemplati su modelli normanni: tutto ciò in una virginea coabitazione con motivi estratti da ruderi plastici romani. Si assiste, cioè, alla elezione di una cultura d’immagine, più ingenua che spregiudicata, come poteva darsi anche ali albori romantici, se uno scultore italiano si provasse a scegliere fra la fresca tradizione di Bisanzio e l’antica umanistica e remota classicità , così vicina al naturale. Il Penna e il Riccardo, nella facciata di Santa Croce, fanno proprio questa mescolanza incredibile, di motivi normanni e di fregi classici: le cornici, il rosone stesso, quasi unico a quel tempo, lo testimoniano. (…) l’applique, (…) i «platereschi» leccesi. Di lì un gioco di trafori, di puttini che sembrano ranocchi spellati, e reggono lettere a volute e viticci, quasi come quelle ricamate a punto sodo nei corredi nuziali delle nostre nonne”.
“(…) verrebbe fatto di dire che, inversamente, è la città a suscitare quei monumenti”.
(…) mensole dei balconi. (…) Questo particolare produce un fatto nuovo e soprattutto d’una applicazione estesissima: l’architettura degli esterni diviene, relativamente al vano della strada con cui fa sistema, un’architettura d’interno: donde il senso architettonico straordinario che produce Lecce nell’osservatore, che intuitivamente realizza di trovarsi sempre interno ad un’architettura. L’urbanistica fonde nell’architettura”.
“Ecco perché Lecce, la gentile, ha una vitalità artistica che supera quella dei suoi monumenti isolati: ecco perché i paragoni con la Spagna non quadrano, e non basta riferirsi al gusto, pur così particolare dell’ornato, a queste assonanze che era facile sviluppare, e indipendentemente, sulla base della tradizione italiana del Rinascimento e del Barocco. Non meraviglia allora che la piazza del Duomo sia come un grande cortile, a cui dà accesso un grande portone: ma scoperto come una terrazza”.
Gallipoli:
“Per chi non lo sapesse, Gallipoli, con la sua fonte a due facce, l’una greca, l’altra rinascimentale, è come una fortezza ridotta a giardino d’infanzia su un mare tenero, basso, trasparente. Torno torno i bastioni la cingono con falcature varie, e sopra c’è la strada, una bellissima passeggiata pensile. Taranto vecchia è qualcosa di simile, ma Gallipoli, più grande, più amena, più luminosa, sembra quasi galleggiare sulle acque”.
“Gallipoli non assomiglia a Cordoba, come non assomiglia al suono del pianoforte quel trasuono inatteso che si sprigiona ad un tratto, ad una speciale nota, della padellina del candeliere. Ma Gallipoli e Cordoba hanno questa misteriosa parentela fra di loro: la vista dell’una attira il suono dell’altra”.
“Resta, Gallipoli, una città di terra dentro il mare, avventura sul mare, circondata dai suoi bastioni come un bambino nella carriola”.
“Gallipoli, città bella, ed è città dei Galli: città bella come si vuole nel suo nome greco. Ma città estrema, ultima città di terra, pupilla di terra sull’increspata iride marina”.
“Se Gallipoli non fosse in Italia, poniamo in Grecia, e potrebbe esserci benissimo, a parte le costruzioni barocche, ma per quelle assortite nei colori del sorbetto: se Gallipoli non fosse in Italia, chi si troverebbe, oltre i fabbricanti di quelle meravigliose nasse, non ne avevo mai visto di così grandi, che parevano lo schermo di un mappamondo gigantesco, lavorate a fili di canna come da un ragno, e leggere come una bolla di sapone? Queste nasse, si troverebbe, e dei pesci arrostiti. Invece qui siamo in Italia, e si intoppa anche in un Pordenone”.
Inverno a Taranto:
“Il sole, il sole, deve colpire queste campagne rosse e sassose, come un fuoco celeste: e tutto brilla allora, e il fogliame degli ulivi si abbruna come nell’incavo delle ascelle. È Taranto una città che, posta in un sito singolarissimo, potrebbe essere stupenda: e invece è squallida”.
Cesare Brandi, da “Pellegrino di Puglia – Martina Franca”
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