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di ATLANTE NEOBAROCCO

l'atelier teatrale visto da cecilia

Ci muoviamo in un ambiente ambiguo, un cielo asettico e simbolico, forse un ospedale.
Di certo sappiamo che siamo nel reparto Barocco.
Due pazienti: un personaggio di finzione ed un letterato di professione morto nel XVII secolo. Le loro esistenze dipendono dai libri, testimonianza del loro passaggio sulla terra.
Tre donne: due muse ed una dea, due infermiere ed una dottoressa,proteggono l'ambiente e controllano i pazienti.



Sopra l’altare non ci sono che un grande mappamondo su cui sono rappresentate le costellazioni e un secondo sul quale è rappresentata la terra

La Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell’arti liberali e meccaniche, e tiene sotto di sé tanti officiali quante sono le scienze: ci è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Retorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale….

La dea-dottoressa legge e cita Campanella, La Città del Sole, ha fiducia nell’organismo perfettamente organizzato che è la sua clinica, il suo “Cielo”.

De un noble hidalgo manchego
Contaràs las aventuras
A quien ociosas lecturas
Trastornaron la cabeza
Damas armas caballeros
Le provocaron de modo
Que cual Orlando Furioso
Templado a los enamorados
Conquistò a fuerza de brazos
A dulcinea del Toboso

Ospite della clinica è una figurina dolce e innamorata, bisognosa di cure e di avventure, un Don Chisciotte alla ricerca dell’adrenalina del suo glorioso passato.
In improvvisazione Juanlu, l’attore che interpreta Don Quijuote, ha tirato fuori un’anima struggente, un personaggio ingenuo e tenerissimo, bravo a maneggiare la spada di legno, pronto a farsi prendere in giro dalla scaltra infermierina - musa, all’occorrenza trasformatasi in una Dulcinea del Toboso divertita. Nevena (Bulgaria) è la ridicola ma sexy infermiera, rapita dalle convincenti storie del malato Don Chisciotte, infermiera riconosciuta dal paziente come musa ispiratrice, comoda anche lei in quel ruolo.


Die Zeit die zeit flieht,
alles lebengeht zu ende
shon meine ich, sie zu horen,
die letzte posaume, sie ruft:
heraus aus der grube,
verstreute ashe und gebeine……

il tempo, il tempo fugge,
la vita si distrugge
e già mi par sentire
l’ultima tromba e dire:
uscite dalla fossa
ceneri sparse et ossa!

Il tempo passato, la fama svanita, l’assenza dalla scena, logorano gli ospiti in cura. Giovan Battista Marino, poeta del disimpegno, della corte, del lusso, ha perso l’ammirazione e i vantaggi che lo circondavano in vita.
Personaggio in bilico fra il comico, grazie alla naturale predisposizione al frivolo di Pietro, attore del Crest, e il drammaticissimo, frutto della ricerca sul personaggio, di fatto paziente schizofrenico di una clinica psichiatrica; paziente a cui hanno requisito la penna.
Qualcosa sfugge all’ordinamento interno.
Un’infermiera alle prese con un quotidiano ciclico, sempre uguale a sé stesso (Isa, Jerez de la Frontera) dimostra attaccamento e interesse alle storie inventate dai pazienti; si culla nel ruolo che le è stato affidato per la sua attitudine sempre dialettica con i malati, quello di custode della sapienza, musa della conoscenza. Due infermiere si trovano a loro agio nei ruoli affidati loro dai pazienti, quelli di muse, di personaggi dalla carica positiva e rivoluzionaria, consolatrice.

E labbra ha di rubino
Ed occhi ha di zaffiro
La bella e cruda donna ond’io sospiro.
Ha d’alabastro fino la man che volge del tuo carro il freno
Di marmo il seno e di diamante il core.
Qual meraviglia Amore,
s’a tuoi strali ai miei pianti ella è sì dura?
Tutta di pietre la formò natura.

Anche il medico, che sarei io, corpo e movenze sinuosi, sembra essere intrappolata nella visione che di lei hanno gli ospiti della sua clinica. Si adegua ad essere vista come una dea spietata, fredda, onnipotente. Sfugge anche a lei il controllo della sua apparenza, del suo ruolo interno ai rapporti con i degenti del reparto Barocco. La loro immaginazione prevale, ha la meglio anche su di lei, fa breccia forse nella parte interna di sé più ambiziosa o vanitosa.
Giovan Battista Marino spezza l’equilibrio. Da poeta del disimpegno a paziente stufo della sua prigionia e della assenza totale di autonomia, richiede la sua penna, chiede di sospendere i farmaci, di uscire alla vita reale. Scena faticosa fra me e Pietro, giocata sull’equilibrio delle apparenze: comportarsi da medico che sa di essere invincibile agli occhi del paziente. Rispondere da uomo, non più da personaggio, per dimostrare di non essere imprigionato per sempre nella malattia, nella finzione. Usare la scomposizione del corpo per dare il senso del mio disagio e del mio franare e la scomposizione della parola per dare il senso della crisi del personaggio di Pietro.

Tutte le scene sono giocate sulle azioni. Abbiamo lasciato il linguaggio verbale prevalentemente ai testi classici che abbiamo utilizzato, attraverso cui parlano tutti i personaggi. Le dinamiche fra i personaggi, le relazioni, sono tutte basate su improvvisazioni da cui la comunicazione verbale é quasi esclusivamente bandita. Abbiamo trasformato il limite delle diverse lingue di provenienza in ricerca di altre forme di linguaggio, prima di tutto quella mimica. Non a caso quasi tutte le scene di relazione a due, sono giocate da coppie di madrelingua differenti, attrice spagnola e attore italiano, attrice bulgara e attore spagnolo, eccetera. Lavoro di teatro d’attore e lavoro di sperimentazione sulle possibilità di comunicazione, di veicolare testo senza scegliere un lingua “ufficiale”.

Non ci siamo privati del momento di teatro da buskers, mettendoci nelle mani di Juanlu e Isa, attività principale artisti di strada. Ne è uscito un sogno finale di Marino, che rinuncia al suo sguardo sul reale e si rifugia nuovamente nella sua città – ospedale. Abbiamo usato nastri da ginnastica ritmica (eravamo per altro in pieno svolgimento di Olimpiadi di Atene, con serale commento in tedesco in televisione, galvanizzati dalla possibilità di usare strumenti ginnici), clave, “caracoles” e musica degna di giro col cappello finale, ma abbiamo concluso la nostra prova con un semplice, attoralissimo inchino a mani strette.

Cecilia Maffei
. _________[04-10 18:45]
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