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di ATLANTE NEOBAROCCO

L'eta' del neobarocco

Il neobarocco e' semplicemente un'aria del tempo che pervade molti fenomeni culturali di oggi in tutti i campi del sapere rendendoli familiari gli uni agli altri, e che al tempo stesso li fa differire da tutti gli altri fenomeni di cultura di un passato più o meno recente.

Omar Calabrese, L' eta' neobarocca


. _________[08-09 17:55]

Rodolfo Di Giammarco ha scritto:

Il montaggio delle attrazioni
Luca Ronconi riscopre il Barocco ed è subito evento teatrale

Costituisce l’evento- spettacolo più nuovo e inusuale di questo primo trimestre italiano di teatro, la messinscena della mai più rappresentata La Centaura di Giovan Battista Andreini, con Mariangela Melato che, diretta da Luca Ronconi, è impegnata in due ruoli: quello di una bella donna e quello d’una sorella mostruosetta, soprannominata dal padre, appunto, la Centaura; e il lavoro del 1622 in tre atti di circa un’ora l’uno, col sottotitolo “Soggetto diviso in Commedia, Pastorale e Tragedia”….
Il senso dell’operazione, cara da sempre a Ronconi che s’è già occupato di Andreini tre volte (alcune scene di questa Centaura con gli studenti dell’Accademia a Roma prima dell’Orlando Furioso, poi un allestimento di Due commedie in commedia, e poco tempo fa Amor nello specchio
con la stessa Melato), è tutto o almeno molto in un folgorante rilancio del barocco seicentesco.
“Il barocco è un termine che desta spesso preoccupazione-sostiene il regista- eppure anche Shakespeare e Moliere furono barocchi. Di certo però questa cultura stravagante fondata su un linguaggio iperbolico venne messa da parte ad opera di altre correnti favorevoli a una presunta naturalezza. E invece le parole che qui suonano bizzarre si rivelano fluide in palcoscenico, a riprova che Andreini era un autore-attore”……………
Sintesi di generi, straordinaria macchina di allegorie, magie, agnizioni e vortici, La Centaura narra di Lidia, figlia del re di Rodi, che ama Llelio il quale ha a cuore Filenia, che a sua volta è desiderata dal respinto Fidimarte. Ci si finge pazzi e chiusi in manicomio. Si stringono patti. C’è una rotta comune in barca per isole deserte con pericoli, soccorsi…
“Mettiamola così-dice Ronconi- questo è il viaggio di un gruppo di sei persone, gli amanti e i loro parenti, in tre tappe considerabili come formule teatrali, e incontrano figure simili a loro od opposte, o gemelli e fratelli che si credevano perduti. Un lavoro sulla costruzione e distruzione dei legami familiari. Per gli spettatori dovrebbe risolversi tutto in un montaggio delle attrazioni con stupori infiniti.”

Da Repubblica del 13.10.2004
. _________[28-10 11:30]

Franco Ungaro ha scritto:

Un testo importante che indaga nuovi stili e nuove tendenze della cultura giovanile e dei nuovi comportamenti organici alla cultura neobarocca ci è sembrato quello di Pierfrancesco Pacoda, Sulle rotte del rave pubblicato nel 2002 da Feltrinelli. Un viaggio che segue le migrazioni internazionali delle tribù dance, tra i rave in India e i super club londinesi, gli eccessi di New York e le piacevolezze della Riviera romagnola. Pubblichiamo di seguito una presentazione del volume a cura di Antonio Cianciotta

Mescolanza degli stili, mutazioni nelle tendenze musicali contemporanee, nuovi orizzonti comunicativi, derive generazionali. Fenomeni di difficile interpretazione, per quanto ci si sforzi nel trovar parallelismi in stagioni passate, disamine appassionanti ed intricate, spaccati di vita giovanile, testimonianze d’oggi, sparse fra eccessi e disincanti. Pierfrancesco Pacoda, critico musicale e saggista, attento cultore delle evoluzioni della club culture, vicino per sensibilità alle inquietudini della strada, s’interroga in prima persona 'Sulle Rotte Del Rave', riportando le cronache di eventi, suoni e colori, fra piste sudate e locali alla moda, raccontando di isole perdute ma gravide di vita e decibel o di nervose periferie ai bordi delle metropoli. Un vero e proprio reportage sull’ultimissimo girovagare delle tribù della musica. Il dee jay solo apparentemente è il vero protagonista, scandendo tempi, modi e traiettorie di tali fenomeni. In realtà questa nuova figura d’artista è piuttosto un catalizzatore, che annoda i fili di un senso comunitario e di appartenenza, espresso dall’insieme dei sostenitori di queste scene. Stati d’animo, passioni musicali, preferenze estetiche e culturali, di ogni singolo, che si sintetizzano di colpo in stili di vita. Ibiza, Goa, Londra o Ayia Napa, San Paolo, India, Chicago o New York, molteplici le coordinate geografiche, i generi musicali esplorati (house, techno, tech-house, trance, goa, d’n’b, uk garage, chill out, asian beat, nu jazz, elettronica, miami bass), con la scelta di privilegiare i luoghi piuttosto che gli stili (ma tutto questo vive anche fra le quattro mura di una semplice cameretta). Un testo ben scritto ed interessante, nel quale ad un approccio sociologico insistito si preferisce un’analisi 'soft', tenendo la scrittura in equilibrio tra competenza musicale, informazione culturale e condivisa partecipazione.
. _________[10-11 12:20]

... ha scritto:

Proponiamo una riflessione di Giorgio Bocca sui moderni pellegrinaggi

Pellegrinaggi senza Dio
Agosto dei pellegrinaggi senza Dio. Perché le televisioni dedicano ore alle interminabili code delle vacanze sulle autostrade? Non per informare, sono le stesse di tutti gli agosti e guardarle sugli schermi non serve a prevenirle o a scioglierle perché la formazione delle code dipende dalle quantità ma anche da misteriose concatenazioni. Le trasmettono per ore perché alla gente le processioni, i pellegrinaggi, piacciono da millenni: nelle memorie del sangue c'è quel rito collettivo della grande marcia, quell'invito non rinunciabile di "è l'ora di partire".

Le ragioni delle vacanze di massa nelle società industriali son note: chiudono le fabbriche e chiude tutto il resto, uffici, negozi, logistica. Nelle città restano solo i vecchi e i poveri e qualche snob che dirà di essersi divertito in quel deserto. Gli altri partono e che i loro viaggi sotto la calura o sotto la pioggia siano una necessità spesso sgradevole non è così facilmente e praticamente spiegabile: il fatto è che quello sgradevole, faticoso, pericoloso gli piace, si ricollega a tradizioni millenarie di processioni o di pellegrinaggi.

La fatica, il pericolo di "è l'ora di partire", fanno parte della loro storia: processioni e pellegrinaggi avevano come componente fondamentale la fatica. La ricerca del sacro, del miracolo doveva essere meritata. I santuari più desiderati erano quasi tutti in alta montagna, vicino ai valichi. Dalla valle di Gressoney la processione d'estate arrivava a Oropa con dieci-undici ore di marcia; quella di San Grato in Valghisenche arrivava al lago sotto il col di Mont; nel cunese il parroco di Dogoini guidava i suoi fedeli, anche donne e vecchi, a Sant' Anna di Vinadio. «Arrivavamo al buio», mi raccontava, «li mettevamo a dormire sotto i portici o sul pavimento della chiesa; io passavo fra di loro recitando il rosario e mi accorgevo dai tanti silenzi che si erano addormentati».

Dei pellegrinaggi e delle processioni sono rimasti negli esodi automobilistici antichi segni: la pazienza delle fatiche collettive, rari i litigi e le prepotenze dei traffici normali, scambi di doni, di aiuti, segni di festosità, i ragazzi che giocano a pallone fra le due pareti di auto ferme. C'erano nei pellegrinaggi e nelle processioni che restano nelle memorie del sangue la fatica, i pericoli superati dal numero di quanti camminavano assieme, ma anche l'attesa del sacro. Oggi questa attesa consiste nelle promesse della distanza, nel rimandare la terra promessa della vacanza oltre la fila lunga dei chilometri con i poliziotti della strada che roteano le palette quasi a dire avanti avanti che ci siete quasi, avanti che è dietro quella curva.

Il luogo sacro c'era nelle processioni e nei pellegrinaggi che cercavano il sacro. Ogni santuario aveva portici e ospizi e campane che suonavano a festa e luminarie di candele sotto cieli stellati. Oggi non è così bello: le pensioncine affollate, le case dei parenti più scomode e meno belle di quelle lasciate in città, spiagge gremite come quelle australi dai pinguini, suoni atroci di discoteche fino all'alba, compensati dal pensiero di aver fatto il nostro viaggio alla Mecca, di aver compiuto il nostro itinerario romeo.

Le indulgenze della modernità non ci liberano da peccati che non sappiamo bene in che consistano, ma per un po' dagli orrori sempiterni delle malattie e della solitudine: siamo ancora vivi e sani, facciamo ancora parte della gente che si muove. Non abbiamo fatto il gran tour dei gentiluomini europei che cercavano il bello. Lo abbiamo appena intravisto dietro il chiassoso brutto che è stato sparso in tutto il paese, abbiamo solo visto di passaggio alcuni simboli del bello quei fantasmi di torri, basiliche, castelli intravisti dalle autostrade. Insomma il nostro millennario cammino per terre e foreste sconosciute lo abbiamo fatto. E la televisione ogni giorno ci ha ripresi.
. _________[10-11 16:29]