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di ATLANTE NEOBAROCCO

La notte delle domande

La mia Notte della Taranta si è riempita di emozioni forti ma anche di pensieri inquieti, di ritmi che mi prendono e di dubbi che invece non se ne vogliono andare, di domande refrattarie a sciogliersi al suono dei tamburellisti neanche fossero più vischiose del veleno del ragno. Notte strana, spesa ad intrecciare piani e livelli, passata a guardare la musica e ad ascoltare la folla, in cerca di un senso. Una notte che non può essere raccontata sul filo delle sicurezze, e semmai deve narrarsi seguendo l'onda frastagliata delle incertezze.



La notte delle domande comincia da quello che avviene sul palco. Avverto uno scarto tra i momenti dello spettacolo, una linea di frattura che non si chiuderà con l'avanzare della musica, anzi tenderà a divenire sempre più netta. Ambrogio Sparagna ha l'attitudine dell'esploratore; usa il ritmo della pizzica come un tappeto sonoro su cui innestare percorsi laterali fulminanti che non immagineresti, talvolta ti lascia senza fiato, altre volte ti indica assonanze, parentele appena accennate, profumi che più che sentirsi si lasciano intuire. In questo gioco, il direttore piega la materia ritmica a suo piacimento e ci trasporta in un gorgo sonoro da cui non vorresti uscire, ma paga il prezzo che ti aspetteresti. Lo senti quando ad agire sul palco è Pino Zimba, oppure la straordinaria Alessia: sono con chiarezza due visioni diverse della taranta, e allora anche l'assenza ad esempio di Uccio Aloisi ha il segno della compiuta separazione. Le strade che si dividono hanno il corpo, la voce, i movimenti di Giovanni Lindo Ferretti. Una presenza quasi straniante, la sua, su quel palco. Permette di vedere, di capire, di sentire, che sui tappeti ritmico-sonori di Sparagna e dell'orchestra dei 60 la pratica dell'innesto può perdere di vista il minimo comune denominatore della condivisione di un linguaggio e di un senso. I movimenti di Ferretti sullo spazio scenico rinviavano a pratiche di stati di trance che hanno sì un sostrato comune con il tarantismo, ma che dal tarantismo sono altro; i suoi commenti allo scorrere del flusso sonoro sembravano contraddire il disegno lucido di Sparagna, ed il suo intermezzo a palco vuoto, per riempire con la sua performance il riposo dell'orchestra, ha avuto su di me l'effetto di proiettarmi su un altrove delocalizzato, detemporalizzato. Avrei potuto essere in un luogo qualsiasi, in una sera qualsiasi, ad ascoltare le sue parole visionarie: ma il legame con la taranta, quello si era spezzato. Quello che è successo sul palco non è un caso, è stata anzi la prima delle occasioni per l'affiorare delle domande. Mi è tornata alla mente la notte di Stuart Copeland. Nel confronto, la sua riaffiora alla memoria come un'edizione più compatta, rigorosa, coerente. Più rispettosa della tessitura sonora imbastita dai tamburelli, eppure capace anch'essa delle esplorazioni in cui il tamburello si deve impegnare se non vuole ridursi a reperto, a testimonianza. Forse la sua sensibilità di batterista contribuì un anno fa ad esaltare il ritmo, mentre quest'anno altre sonorità hanno preso il sopravvento; eppure non credo si tratti solo di una questione legata alla personalità artistica del maestro concertatore - o sconcertatore - di turno. Emerge il nodo centrale della Notte della Taranta così come essa è stata sinora immaginata e costruita da Sergio Blasi e dal suo gruppo dell'Istituto 'Diego Carpitella', ed è un nodo che lega il rapporto tra tradizione ed innovazione, tra identità locali ed identità globali, un nodo che non si scioglie solo perché in piazza sono in settantamila a ballare, ed altri sono in altre piazze all'interno di un evento mediatizzato. Su questa linea, unisco Francesco Di Giacomo, Gianna Nannini ed anche Franco Battiato più alla notte di Lindo Ferretti che non a quella di Ambrogio Sparagna. Non ho avuto l'impressione che il direttore sia riuscito a governarne il dialogo con l'orchestra; ospiti e musicisti si sono guardati con rispetto reciproco, ma i rispettivi mondi, organizzati sulle coordinate del suono, sono rimasti separati.
La folla, i gruppi, lo spazio della piazza ma anche gli altri, tanti spazi collegati all'evento, ecco il secondo intoppo sulla strada che speravo mi portasse verso una notte di puro abbandono alla musica. Non è un problema legato al gigantismo dell'evento, che pure mi ha dato la sensazione di essere arrivato al limite delle capacità di gestione degli organizzatori. Ma le settantamila persone in piazza non erano un corpo unico, ed anche questo lo leggo alla luce di quello che ho definito il nodo non risolto della Notte della Taranta. Direi che il palco era attorniato da almeno tre cerchi concentrici fatti di pubblici diversi, ognuno di essi portatore di aspettative diverse, di significati diversi costruiti sull'evento. Immersione nella pizzica vissuta come fattore identitario, su un primo livello definito dall'essere giovani e salentini; disponibilità a condividere le esplorazioni di Sparagna, apertura e curiosità associate però ad una percezione attenuata della pizzica come metagenere, su un secondo livello affollato prevalentemente da ultratrentenni, salentini e non, che alla pizzica ed ai mondi della taranta sono giunti quasi sempre attraverso percorsi culturali; ed infine un pubblico che cresce numericamente col passare delle edizioni, e che ho visto quasi indifferente all'evento in sé, lontano anche fisicamente dal palco sino a quando esso è stato il regno di Sparagna ma pronto ad innescare pratiche di riappropriazione di spazi e di tempi dell'identità usando la pizzica in senso strumentale e tutto sommato indifferente. Su questo terreno, la scommessa di Blasi, del 'Carpitella' e di Melpignano è persa, e la Taranta rischia di ridursi a rumore di fondo, a contorno di pratiche collettive che hanno certo rilievo e significato ma che dal tamburello derivano un unico elemento, la centralità dell'espressività dei corpi, del ritmo che li fa ballare e che conduce alla trance liberatoria. In gran parte, è una fascia di pubblico che vive e sperimenta il Salento come luogo di liberazione, sia pure a tempo determinato, e che fa di questa terra il luogo-simbolo per eccellenza di una generazione 'invisibile' sul terreno dei consumi culturali mediatizzati ma pronta ad emergere negli spazi non omologati degli eventi di massa. E' il pubblico che nella mia lettura - frammentaria, ed esposta al rischio della generalizzazione, me ne rendo conto - io assegnerei simbolicamente alla performance solitaria di Giovanni Lindo Ferretti: lui era sul palco della taranta, ma il ragno non era la ragione della sua presenza, né l'ispiratore principale dei suoi gesti e delle sue parole, dei suoi mondi di significato.
Tre pubblici che si affiancano in uno stesso spazio-evento, coesistono ma anche confliggono: come farli convivere, come mediarne le aspettative, come realizzare un contenitore che li tenga assieme. E soprattutto: è possibile farlo? E' opportuno tentarlo? Provare a leggere la Notte della Taranta alla luce dei processi identitari è esercizio rischioso ma inevitabile: per cercare risposte a domande che la musica non riesce a mandare via, per guardarsi intorno alla ricerca dei fili di una ragnatela solida all'apparenza, in realtà facile a lacerarsi.
A Vincenzo Maruccio, da Gigi Spedicato

. _________[06-09 16:45]

ciani ha scritto:

Proviamo a chiederci: quanti salentini si riconoscono in questa salentinita'?
Credo che dovremmo leggere questo evento solo ed esclusivamente sul piano degli eventi culturali propri dell'estate, portatori di pubblico e di turisti. Tutto il resto...non esiste. E' passato tanti anni fa
. _________[08-09 22:12]

Giuliano Capani ha scritto:

Il dibattito sulla manifestazione pop "La notte della taranta" mi sembra stia dirigendosi su binari più 'reali'.
Tutta la querelle credo sia stata provocata da un equivoco mediatico. E' chiaro come il tarantismo non c'entri nulla in questa manifestazione (e non potrebbe essere altrimenti) ma il fascino che emana questo fenomeno per la sua inusualità e le modalità di pratica che manda verso stadi non ordinari di coscienza è stato "utilizzato" come 'plot point' per una sorta di marketing territoriale che potesse supportare e quasi costituire un place holder di una manifestazione musicale festosa e di massa alla Hoodstock per intenderci.
Il tarantismo è in un'altra dimensione.
Se qualcuno furbescamente vuole usare questo fenomeno per mettere una bamdierina e rendere più visibile (anche perchè già promozionato) le sue manifestazioni non c'è da stupirsi. Ma, ribadisco una volta per tutte, E' solo una trovata pubblicitaria per cui non val la pena smanicarsi in diatribe dietrologiche (taranta, cultura di destra, sinistra, centro, problemi di primogenitura etc. ).
Il gran concerto pop di Melpignano rimarrà una grande adunata pop come ce ne sono tante altre ed è questa una manifestazione di cultura al pari di altre. La caratteristica è quella di ri-vedere e ri-comporre temi musicali salentini e dell'area mediterranea, ma di ricerca più profonda c'è poco o nulla perchè non è questo nelle intenzioni degli organizzatori.
Si potrebbe chiamare "La notte della musica popolare salentina" non cambierebbe nulla...
. _________[11-09 11:49]