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Il dibattito sui giornali
E' interessante cogliere alcuni aspetti del dibattito che La Notte della taranta ha scatenato
ecco un articolo di Luigi A. Santoro pubblicato sul Quotidiano di Lecce
S'apre con una citazione che fa riflettere
A quale dunque dei vostri spettatori
dovete dar retta, attori? Io vi propongo:
allo scontento.
(B. Brecht)
Possiamo stare tranquilli: La notte della taranta, edizione 2004, è stata un grande successo. La TV l'ha predetto e i giornali l'hanno certificato. Tutto bellissimo: cantanti, musicisti, organizzatori, pubblico. I cronisti lo ripetevano e costringevano gli ospiti a confermarlo: evento straordinario, quanto siamo belli, quanto siamo bravi, quanto siamo numerosi, quanto siamo salentini! Ministri, presidenti, deputati, assessori, sindaci, giornalisti, ancor prima che iniziasse il concertone, avevano decretato il successo della kermesse melpignanese. Un coro di consensi. Se li avessero intervistati dopo le tre, di sicuro avrebbero ripetuto: bellissimi, bravissimi, tantissimi.
E, allora, una voce fuori dal coro non dovrebbe impensierire nessuno, né costituire l'occasione per aprire un dibattito sul 'modello Salento'. Per carità!
Solo qualche riflessione in libera uscita.
Intanto, se l'obiettivo de La notte della taranta era quella di presentare un Salento in grado di far dialogare tradizione e innovazione, il colpo è andato a vuoto. La sfilata di politici, il cascame televisivo di luoghi comuni, le provocazioni gratuite dello sconcertatore hanno costretto la manifestazione in una cornicetta di ambizioni provinciali. Incredibile il sillogismo utilizzato per tentare di riscattare la prospettiva localistica: siccome la manifestazione è trasmessa da un centinaio di emittenti televisive (locali) e dal satellite che 'copre' l'Europa e il Medio Oriente, dunque la manifestazione è internazionale. Largo alla internazionalizzazione delle sagre di zanguni, paparine et similia attraverso la trasmissione satellitare! Chi oggi non si può permettere di superare lo spazio di nicchia concesso ai prodotti 'locali' attraverso il satellite o internet se ne stia a casa sua. E se invece dei 'rimbalzi'sui nuovi media ci fosse anche un problema di contenuti e di qualità dei messaggi che si fanno rimbalzare? Chi ha l'abitudine (pessima?) di smanettare col telecomando può testimoniare che da un bel po' di tempo televenditori, lettori di tarocchi, e fanciulle ignude 'rimbalzano'sul satellite e nei siti internet. Attenzione, salentini, il Kaulonia Taranta Festival di Bennato è già attraccato ad un sito internet.
E allora soffermiamoci sui contenuti e sulla qualità. I contenuti scaturivano dal lavoro del maestro sconcertatore Lindo Ferretti e da quello del maestro concertatore Ambrogio Sparagna. Uno ha lavorato con trenta ragazzi sulla parola, l'altro con sessanta, tra musicisti e cantanti, sulla musica.
Del lavoro di Lindo Ferretti non si può non ammirare l'infantile sfacciataggine nell'inoltrarsi in un campo dove, come ha ricordato il sindaco Sergio Blasi, hanno operato poeti del calibro di Comi, Bodini e Pagano. Ma anche Toma e De Donno che, se fossero stati vivi, avrebbero potuto sentire (erano di Maglie) e forse apprezzare le incursioni di Lindo Ferretti. E che dire di quel 'mostro' di Carmelo Bene che, di sicuro, da salentino d.o.c non avrebbe fatto mancare il suo prezioso applauso a chi se non fosse stato 'tosco - emiliano' avrebbe voluto essere 'di Lecce, greco - salentino'. Una profonda passione, quella di Lindo Ferretti, per la purezza e la primogenitura della razza salentina, che lo ha portato a ripetere più volte (sul carretto e sul palco) l'esortazione a non vendersi per un piatto di lenticchie. I padroni del cemento, delle coste e delle masserie hanno applaudito fino a scorticarsi le mani. Purtroppo durante il pellegrinaggio con i carri - un'idea sperimentata e collaudata cinque anni fa con Asteriapoiesis, un progetto promosso dalla Provincia di Lecce - la performance poetica è stata sommersa dal frastuono. Si è rifatto sul palco, quando il gioco estremo del nonsense è esploso fino a toccare le zone più profonde dell'identità salentina, ben rappresentate dalle natiche delle cantanti.
Il lavoro di Sparagna si è fatto apprezzare da subito perché è riuscito a riempire con i sessanta e passa elementi dell'orchestra popolare il megapalco illuminato a Luna - Park. Ma non appena l'orchestra ha iniziato a suonare, le proiezioni roteanti stile discoteca hanno fatto intristire la facciata della Chiesa degli Agostiniani, mentre la scelta di puntare sugli organetti (fisarmonica diatonica) piuttosto che sulla voce, o comunque su altri strumenti più versatili, ha fatto capire al pubblico che il grande complesso, di fatto, avrebbe dovuto muoversi in una cornice musicale estremamente rigida. La straordinaria varietà dei moduli musicali della tradizione salentina rischiava così di dover entrare in una camicia di forza o, peggio di affogare in una melassa in cui pizziche e canti dei carrettieri, ninne nanne e canti di lavoro, voci, mimica e postura avrebbero perduto insieme ai legami con le specifiche occasioni di vita dei salentini anche lo spessore storico e ambientale. Con una sola piroetta venivano dribblati Toschi e Carpitella, Béla Bartòk e Lomax, Giovanna Marini e almeno trent'anni di ricerca e sperimentazione dei gruppi salentini.
Ma, soprattutto, si alimentava la mistificazione che il rapporto col rituale del tarantismo potesse essere legato a brani che avevano ben altre finalità. L'idea che si potesse utilizzare in un rito terapeutico brani come 'Pizzicarella mia' non è solo sbagliata, è autolesionista.
In qualsiasi modo si voglia declinare il processo di 'contaminazione', sponsorizzato da chi gestisce La notte della taranta, rimane il fatto che qualunque operazione, se non è in grado di rimettere in moto la creazione di opere indiscutibilmente più valide dal punto di vista artistico e più significative sul piano dei nuovi rapporti sociali, diventa una operazione inutile e mistificatoria. Basta chiedersi come mai le versioni 'arrangiate' da Luigi Lezzi e proposte dal Canzoniere del Salento nei primi anni '70, come 'Camina ciuccio' e 'Quantu è bellu cu bbai pe' mare' e poi quelle arrangiate dal Canzoniere grecanico salentino siano diventate parte integrante della tradizione salentina e abbiano 'fatto scuola' ai gruppi nati negli anni successivi, mentre le versioni sfornate da grandi musicisti chiamati a 'contaminare' si siano dissolte il giorno dopo La notte della taranta. Qualcuno riprenderà le versioni della Nannini e di Battiato? E se fosse proprio questo il piatto di lenticchie che paventava Lindo Ferretti?
Da quale cervellone è nata l'idea che per uscire dal mercato di nicchia la musica popolare deve essere incartata nella struttura del concerto? Crediamo davvero che un'impostazione economicista, entro la quale ogni operazione culturale può svolgere solamente il ruolo d'immagine imbellettata di altre merci (turismo, artigianato, agricoltura) sia in grado d'inventare un modello di sviluppo per un territorio? E c'è davvero chi pensa che l'anima del Salento sia racchiusa nella manciata di note di brani che col tarantismo c'entrano poco o niente? E se la chiave del tarantismo fosse la sua irriducibilità e la sua intraducibilità? Vedrete, si comincerà a parlare di orchestra popolare stabile - il sindaco Sergio Blasi già auspica la costituzione di una fondazione, panacea di tutte le ristrettezze finanziarie - di programmi per esportare pizzichi e immagini del Salento. Non sarebbe meglio riparlarne a bocce ferme?
Certamente 'Pizzicarella mia' o 'Lu tamburrieddhu miu vinne te Roma' possono essere tradotte nella struttura del concerto o del programma televisivo, ma solo perché sono 'altro'rispetto al rituale del tarantismo.
La chiesa, la medicina, la psichiatria hanno messo in campo i loro strumenti più efficaci per confrontarsi con l'irriducibilità e l'intraducibilità del tarantismo. Ma poi eresia, avvelenamento, isteria si sono rivelati termini 'specchio' per chi li aveva proposti, invece che etichette per un fenomeno metamorfico e sfuggente.
Allora un 'tutto brutto' da contrapporre al 'tutto bello'? No.
I 30, 50, 70 mila de La notte della taranta costituiscono la pattuglia d'avanguardia di un esercito che vaga tra i fumi delle rovine di un pensiero che si è illuso di risolvere il mistero della vita in un'accozzaglia di protesi tecnologiche. Il problema di non deludere gl'insoddisfatti con paccottiglia incartata in fasci di luci rutilanti e cascate di decibel è un bel problema. Proviamo a trovare una soluzione.
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