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di ATLANTE NEOBAROCCO

Pellegrinaggi senza Dio

Proponiamo una riflessione di Giorgio Bocca sui moderni pellegrinaggi

Pellegrinaggi senza Dio
Agosto dei pellegrinaggi senza Dio. Perché le televisioni dedicano ore alle interminabili code delle vacanze sulle autostrade? Non per informare, sono le stesse di tutti gli agosti e guardarle sugli schermi non serve a prevenirle o a scioglierle perché la formazione delle code dipende dalle quantità ma anche da misteriose concatenazioni. Le trasmettono per ore perché alla gente le processioni, i pellegrinaggi, piacciono da millenni: nelle memorie del sangue c'è quel rito collettivo della grande marcia, quell'invito non rinunciabile di "è l'ora di partire".

Le ragioni delle vacanze di massa nelle società industriali son note: chiudono le fabbriche e chiude tutto il resto, uffici, negozi, logistica. Nelle città restano solo i vecchi e i poveri e qualche snob che dirà di essersi divertito in quel deserto. Gli altri partono e che i loro viaggi sotto la calura o sotto la pioggia siano una necessità spesso sgradevole non è così facilmente e praticamente spiegabile: il fatto è che quello sgradevole, faticoso, pericoloso gli piace, si ricollega a tradizioni millenarie di processioni o di pellegrinaggi.

La fatica, il pericolo di "è l'ora di partire", fanno parte della loro storia: processioni e pellegrinaggi avevano come componente fondamentale la fatica. La ricerca del sacro, del miracolo doveva essere meritata. I santuari più desiderati erano quasi tutti in alta montagna, vicino ai valichi. Dalla valle di Gressoney la processione d'estate arrivava a Oropa con dieci-undici ore di marcia; quella di San Grato in Valghisenche arrivava al lago sotto il col di Mont; nel cunese il parroco di Dogoini guidava i suoi fedeli, anche donne e vecchi, a Sant' Anna di Vinadio. «Arrivavamo al buio», mi raccontava, «li mettevamo a dormire sotto i portici o sul pavimento della chiesa; io passavo fra di loro recitando il rosario e mi accorgevo dai tanti silenzi che si erano addormentati».

Dei pellegrinaggi e delle processioni sono rimasti negli esodi automobilistici antichi segni: la pazienza delle fatiche collettive, rari i litigi e le prepotenze dei traffici normali, scambi di doni, di aiuti, segni di festosità, i ragazzi che giocano a pallone fra le due pareti di auto ferme. C'erano nei pellegrinaggi e nelle processioni che restano nelle memorie del sangue la fatica, i pericoli superati dal numero di quanti camminavano assieme, ma anche l'attesa del sacro. Oggi questa attesa consiste nelle promesse della distanza, nel rimandare la terra promessa della vacanza oltre la fila lunga dei chilometri con i poliziotti della strada che roteano le palette quasi a dire avanti avanti che ci siete quasi, avanti che è dietro quella curva.



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Sulle rotte del rave

Un testo importante che indaga nuovi stili e nuove tendenze della cultura giovanile e dei nuovi comportamenti organici alla cultura neobarocca ci è sembrato quello di Pierfrancesco Pacoda, Sulle rotte del rave pubblicato nel 2002 da Feltrinelli. Un viaggio che segue le migrazioni internazionali delle tribù dance, tra i rave in India e i super club londinesi, gli eccessi di New York e le piacevolezze della Riviera romagnola. Pubblichiamo di seguito una presentazione del volume a cura di Antonio Cianciotta



Mescolanza degli stili, mutazioni nelle tendenze musicali contemporanee, nuovi orizzonti comunicativi, derive generazionali. Fenomeni di difficile interpretazione, per quanto ci si sforzi nel trovar parallelismi in stagioni passate, disamine appassionanti ed intricate, spaccati di vita giovanile, testimonianze d’oggi, sparse fra eccessi e disincanti. Pierfrancesco Pacoda, critico musicale e saggista, attento cultore delle evoluzioni della club culture, vicino per sensibilità alle inquietudini della strada, s’interroga in prima persona 'Sulle Rotte Del Rave', riportando le cronache di eventi, suoni e colori, fra piste sudate e locali alla moda, raccontando di isole perdute ma gravide di vita e decibel o di nervose periferie ai bordi delle metropoli. Un vero e proprio reportage sull’ultimissimo girovagare delle tribù della musica. Il dee jay solo apparentemente è il vero protagonista, scandendo tempi, modi e traiettorie di tali fenomeni. In realtà questa nuova figura d’artista è piuttosto un catalizzatore, che annoda i fili di un senso comunitario e di appartenenza, espresso dall’insieme dei sostenitori di queste scene. Stati d’animo, passioni musicali, preferenze estetiche e culturali, di ogni singolo, che si sintetizzano di colpo in stili di vita. Ibiza, Goa, Londra o Ayia Napa, San Paolo, India, Chicago o New York, molteplici le coordinate geografiche, i generi musicali esplorati (house, techno, tech-house, trance, goa, d’n’b, uk garage, chill out, asian beat, nu jazz, elettronica, miami bass), con la scelta di privilegiare i luoghi piuttosto che gli stili (ma tutto questo vive anche fra le quattro mura di una semplice cameretta). Un testo ben scritto ed interessante, nel quale ad un approccio sociologico insistito si preferisce un’analisi 'soft', tenendo la scrittura in equilibrio tra competenza musicale, informazione culturale e condivisa partecipazione.

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