carlo
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| spedito il 10-9-2002 alle 14:35 |
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Pensieri Meticci
apro il forum con l'informazione del progetto nel suo complesso
chiunque sia interessato a Pensieri Meticci e alla discussione in questo
forum si faccia vivo.
Nel link lì sotto vi sono tutte le info.
Almateatro, compagnia teatrale interculturale, organizza "Pensieri
meticci", due giornate di studio,
spettacoli, incontri sul teatro interculturale in Italia, che si
svolgeranno a Torino il 27/28 settembre 2002.
Le giornate nascono dalla necessità all'interno del gruppo torinese di
confrontarsi con altre realtà 'meticce'
per riflettere sul teatro interculturale nel nostro paese. L'incontro si
realizza a partire da un lavoro di ricerca
sulla presenza di gruppi, singoli, o compagnie attivi in questo ambito e
si propone di presentare queste
differenti esperienze del 'fare teatro interculturale'.
I lavori della prima mattinata, dopo uno spettacoli di apertura di
Almateatro, prevedono l'intervento di
esperti/e che indagano le diverse forme di teatro di ricerca e sociale
in Italia, i rapporti tra la didattica
dell'intercultura e lo strumento teatrale, la costruzione drammaturgica
nel teatro interculturale.
Durante il pomeriggio gli interventi di Remo Rostagno, Almateatro,
Cooperativa Teatro Laboratorio, Koron
Tlé e altri condurranno i partecipanti nel vivo della discussione.
Alla sera verranno presentati due
monologhi, Heina e il Ghul di Abderrahim El Hadiri (Cooperativa Teatro
Laboratorio, Brescia) e Gora di
Ndiobenne di Modou Gueye e Leonardo Gazzola (Mascherenere, Milano).
Il giorno successivo prevede alcuni laboratori di discussione su
tematiche che spaziano dai metodi di
lavoro sulla corporeità alla drammaturgia nel teatro interculturale,
dalle questioni di genere all'intervento
sul territorio, per concludersi con una restituzione dei lavori dei
gruppi e una discussione plenaria.
Tutte le attività di svolgeranno tra il Cinema Teatro Baretti in San
Salvario, il Centro Interculturale delle
Donne Alma Mater e la libreria multietnica Abba. Programma, modulo di
iscrizione e ulteriori
informazioni sono disponibili al sito internet
http://www.arpnet.it/alma/teatro-intercultura.htm
oppure telefonando al
numero 011.2467009.
Su richiesta verrà rilasciato dall'IRRE (ex-IRRSAE)
ai partecipanti l'attestato di
frequenza.
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info
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| spedito il 16-9-2002 alle 16:47 |
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POT.Punti d'Orientamento Teatrale
Teatron.org promuove questo forum on line per favorire lo scambio culturale
intorno alle giornate di studio di “Pensieri Meticci” su Teatro e
Intercultura.
E’ un’iniziativa inscritta in una nuova progettualità che porta il nome di
POT Punti d'Orientamento Teatrale, concepita per dinamizzare il raporto tra
domanda e proposta di teatro, a Torino in particolare. Si tratta di una
pratica, da tempo avviata, già definita Laboratori d'arte dello spettatore,
ideata per potenziare la qualità della partecipazione attiva attraverso
l’uso del web inteso come ambiente di comunicazione.
http://www.teatron.org/punto_vista_vita.html
Comunicare significa fondamentalmente “comunicare con”, nella ricerca di
condivisione delle esperienze, degli eventi e dei momenti di studio,
opportunità che la condizione connettiva delle reti telematiche offre al di
là delle sovrastrutture tecnologiche che ad alcuni appaiono così
astratte.
Gli interventi all’interno di un forum possono, in particolare, creare
situazioni di confronto e di empatia paragonabili ad una conversazione con
la possibilità in più di stabilizzare i contenuti ed articolare gli
intrecci delle riflessioni e degli sguardi.
Considerate in questi termini le nuove tecnologie possono diventare nuove
psicologie della comunicazione, ponendosi come opportunità educative che
tendono a sviluppare la partecipazione e ad avvicinare sempre più il
pensiero all'azione culturale.
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george
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| spedito il 27-9-2002 alle 12:48 |
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prime riflessioni
reduce dlla mattinata inaugurale di >Pensieri Meticci, ecco acune
impressioni sparse, a carattere frammentario, come appunti presi sul posto,
in diretta.
[ lo spettacolo]
procede forse troppo per stereotipi: tradizione, emancipazione, cultura
estranea. si poteva fare di meglio, pur considerando l'aspetto divulgativo.
non è una critica quanto piuttosto una semplice considerazione.
interessante la "funzione" del chador che viene proposta, o suggerita
piuttosto.
il chador visto nella sua funzione + pura, quella di strumento di amore
verso se stessi e gli altri: "è il mio confine, la mia ricchezza" si dice,
xkè consente di mostrare la propria intimità manifesta, quella del viso,
soltanto al marito o dentro i confini domestici.
una visione del chador questa che viene accostata nello spettacolo alla
descrizione delle procedure che una comune, a tratti iperbanale, donna del
moderno occidente adotta x la cura del proprio corpo: creme, olii
essenziali etc.
come se all'interno di quel momento dello spettacolo si volessero accostare
due forme diverse di cura della persona, del Sè. accostandole e
contrapponendole con un intento ovviamente (e forse in modo un po' troppo
scontato) indirizzato a favore della cultura che non è la privilegiata.
cmq é interessante lo spunto: il chador come cura di sè, esaltazione della
propria, particolare, individualità. è un punto di vista sulla cosa al
quale non si è abituati, lucido e stimolante.
[intervento di Tescari]
é interessante il discorso della classe come tribù: rilancia molto la
dimensione orale e di "democrazia partecipativa e partecipante" che
caratterizza l'ambiente scolastico e formativo tradizionale.
è un modo di pensare alla classe e all'ambiente formativo che trova una
serie di punti di contatto molto forti con il web: il forum, ad esempio.
anche qui si ricrea uno spazio-tempo condiviso di oralità (secondaria,
direbbe Ong) che mira alla costruzione di un senso non necessariamente
omologante (può non essere condiviso da alcuni, e viene manifestato il
disaccordo) ma forte di una dimensione comune di sviluppo.
[intervento di Innocenti Malini]
proposto il teatro come cornice sicura all'interno della quale mettere in
discussione la propria individualità, nella sua versione di isola.
attraverso l'interazione che il teatro mette in gioco a due livelli,
all'interno della compagnia e verso il pubblico, l'isola entra in relazione
con l'esterno e scoprendo l'alterità scopre in realtà come essa stessa viva
l'alterità nella propria intima composizione chimica.
come è stato anche detto il confine con lo psicodramma è labile, molto
sfumato.
è un'altra occasione di incontro ideale fra teatro e web: anche il web si
colloca come laboratorio di sperimentazione sul Sè. l'universale senza
totalità di cui parla Pierre Lèvy in Cybercultura è proprio questo: una
rete di relazioni a più livelli, fortemente connettiva, che porta alla
messa in discussione del sè.
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carlo
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| spedito il 27-9-2002 alle 15:43 |
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Dal rito di partecipazione al teatro di rappresentazione
Arrivo in ritardo
ho mollato un tour europeo (dall'epiro all'andalusia) di convegni
per arrivare qui a San Salvario a Pensieri Meticci
e sono contento di trovarmi nel'epicentro di una problematica che in altri
contesti viene affrontata solo come l'ennesima politica culturale del
welfare (dove anche questo non viene eroso dal liberismo incosciente).
Qui è diverso: c'è autenticità.
Ed il fatto che la si esprima atraverso il teatro, l'arte della
simulazione, dovrebbe far riflettere.
Ce lo conferma la performance delle ragazze dell'Alma Mater.
Parte il convegno.
E qui riorganizzo, x ora, solo i frammenti dei miei appunti presi sul
palmare.
Note ce rielaboro, faccio mie a partire dagli stimoli che mi fanno
riflettere.
Si parte dall'idea di coralita' festiva della ritualita' teatrale per
sciogliere il nodo della problematica in campo: il rapporto tra identita' e
alterita'.
Gli stessi termini messi in discussione in un convegno di un anno fa,
proprio a torino, al teatro gobetti, su teatro e impegno civile.
http://webtool.html.it/servizi2/forum/topic.asp?forumid=6901&messageid=4435
9
È lo stesso pontremoli che, presente già allora, affianca a quelle due
parole nodali del teatro quella decisiva: condivisione.
Da giulia innocenti,docente di storia del teatro d'animazione del dams
all'università cattolica di brescia,abbiamo la descrizione di un corso di
formazione per attori di teatro sociale.
Qualcosa che va ben oltre la ognizione di teatro di genere per rilanciare e
sistematizzare un fronte d'iniziativa sociale.
All'interno di questo progetto si tratta di un'esperienza di danceability,
ovvero l'integrazione del movimento dei sani con quello degli
handicappati.
A questo progetto e ne innesta un altro, basato sul principio dell'identità
multipla.
Vengono accostate due alterità: il detenuto e il disabile. E si valuta come
il contatto fisico riveli le parti di sè.
Per i detenuti questo aspetto è il detonatore del tabù
dell'omosessualità.
Perché nella cultura della detenzione non c'è cura dell'altro attraverso il
corpo.
L'illuminazione arriva con la scoperta delle parti di sè e ciò porta a far
riconoscere l'identità multipla che si esprime nel gioco teatrale, dall' io
al gruppo fino alla comunità, attraverso il processo di contagio
collettivo
E' giulia innocenti che ancora mi fa riflettere sull'equilibrio che
intercorre tra
la figura e lo sfondo,
il primo piano e la visione d'insieme, secondo la terapia gestaltica.
Una metodlogia che permete di tirar fuori risorse senza scivolare nello
psicodramma, creando un intervallo tra esperienza del corpo e sua
rappresentazione.
Da un altro punto di vista parte la riflessone di alessandra ghiglione, più
concentrata sull'autorialità del teatro sociale come teatro di genere,
rilevando come sia importante segnare la differenza tra il percepirsi come
individuo e il rappresentarsi, per contemplare come l' altro mi vede, che
deve saper pensare chi fa teatro coscientemente (professionalemente o
meno).
Prima però agisce sul cocetto fondatore dela ludicità e della
ricreazione.
Ci avete mai pensato perchè la chiamano così solo fino all elementari?
La pratica del gioco teatrale si basa sul'abilità di portare in primo piano
cio che sta sullo sfondo, ci fa notare con arguzia.
Il teatro è gioco di simulazione, è il principio del piacere che si
esercita nel riprogettarsi.
E' la comunicazione con l'altro che si mette in essere attraverso un
evento: uno spazio-tempo in cui poter sospendere la propria cultura, una
stanza tutta x se ma da condividere con gli altri. Ecco questa è la prima
grande differenza con la scrittura, quella autobiografica in
particolare.
sabina,mediatrice culturale albanese che ha collaborato con alessandra ad
asti, rivela come
la scelta di lavorare attraverso dei laboratori teatrali sia da intendere
come indicazione per mettersi in gioco, un giocare che fa lasciare fuori i
pensieri, impresa ardua x chi pensa fondamentalmente alla sopravvivenza ma
gli permette di
rivendicare la propria ricchezza spirituale.
antonia
sottolina l'idea del teatro come una stanza tutto x sè e come questo sia il
sogno di tante giovani donne.
Ecd ecco la parabola di judith, la sorella di shakespeare, ispirata da un
testo di Virginia Woolf.
judith non studiò ma imparò ad amare il teatro, alimentando il cuore di un
poeta prigioniero nel corpo di una donna.
E' una storia inventata che fa riflettere sul fatto che, nonostante non
vengano storicamebte riconosciute come protagoniste delle arti e della
cultura, le donne raccontano storie,
nelle stanze delle ninne nanne e dei cuciti, nei campi e nelle risaie,
oralità con drammaturgie nitidissime.
Il bimbo infatti richiede la ripetizione della narrazione, uguale ma sé
stessa, il dispostivo narrativo deve essere di conseguenza efficace e
collaudato.
il nostro immaginario collettivo si basa non solo shakespeare ma su quelle
storie.
E' in storie come quelle che attori e spettatori facenti parte di una
stessa comunità, riscoprono il valore del rito rispetto a quello del
teatro.
stop, x ora
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Agnese
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| spedito il 27-9-2002 alle 22:32 |
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Alma conciliante
Interessante questa prima giornata all'Almamater.
Interessante e conciliante perché si è visto come tante donne abbiano
conciliato l'inconciliabile: il teatro con la vita di donne. Gestire i
bisogni quotidiani di ognuna e riuscire a fare teatro non è facile.
E'impossibile. A meno che a volerlo sia un gruppo di donne come quello
dell'Almamater, attento alle sensibilità, ai bisogni e alle capacità di
ognuna. Attento a sottrarsi alla logica di un mercato che vuole le vite
separate dal teatro per seguire un sentire femminile meticcio. Quello cioè
che ti porta a mischiare interessi, persone, passioni, opinioni in nome di
un teatro nuovo. Si avvertono possibilità diverse all'Almamater, tentativi
riusciti di dialogo ra culture. E se il Teatro è un tentativo di
comunicazione, ebbene questo è riuscito.
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carlo
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| spedito il 28-9-2002 alle 00:14 |
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l'alterità come risorsa vitale
la mattinata di pensieri meticci è stata densa a tal punto che dalla platea
ha preso vita un dibattito forte e partecipato come raramente accade
io stesso ho avuto voglia di lanciare degli stimoli alla discussione
riflettendo su come il rapporto tra teatro e intercultura apra un fronte
importante per il futuro del teatro in un mondo pervaso dall'inautencità
dei media.
La ricerca dell'altro, gli incroci, gli intrecci, i meticciati, rappresenta
un segnale evolutivo.
Ed il teatro ne espande la potenzialità,la sperimenta.
Possiamo chiamarlo in tanti modi: teatro sociale, teatro d'impegno civile,
teatro dela diversità e del disagio...
ma è difficile concepirlo come un genere però.
Vale il principio della ricerca d'alterità in quanto risorsa vitale.
Su questo tema v'invito a dare un'occhiata a questa intervista a renato
curcio
http://www.teatron.org/agapow/perf/articoli/curcio.htm
in occasione dell'uscita di un suo libro dal titolo "la reclusione
volontaria", ma vi prego non fatevi condizionare dal suo passato
ideologico, vi manderebbe fuori strada.
In quella conversazione intensa il ragionamento si dilata e riguarda le
diverse condizioni dell'alterità e dell'emarginazione
si tratta di quell'"arte di sparire"che alcune figure, mistiche o
dissociate, hanno espresso per uscire dal mondo.
Il dato che accomuna questi aspetti così apparentemente discordanti è
quello per cui nell'alterità, nel rapporto con l'"altro", cerchiamo noi
stessi, le nostre potenzialità perdute o rimosse.
Le radici di una sensibilità ormai addomesticata.
E' infatti troppo poco interessante pensare che il teatro sociale, quello
fatto con gli immigrati o i detenuti o gli handicappati o i "matti", sia
solo uno strumento culturale del welfare.
Troppo poco.
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mirko
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| spedito il 28-9-2002 alle 09:15 |
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ancora sull'alterita'
quote: Originariamente scritto da carlo
La ricerca dell'altro, gli incroci, gli intrecci, i meticciati, rappresenta
un segnale evolutivo.
interessante e condivisibile quanto dice carlo.
ragionando su come il teatro possa svolgere questa funzione di spinta
centrifuga verso l'alterita' in un momento
e di spinta centripeta di ritorno a noi stessi in un momento successivo,
carico dei frammenti incontrati nel viaggio,
viene la tentazione di spingere oltre il parallelismo
e trovare altre **leve** che possano avere la stessa funzione.
ricordando la presenza di Tescari, un antropologo, a posteriori sarebbe
interessante se potesse intervenire qui e parlare (la scelta
conscia/inconscia del termine "parlare" invece che "scrivere"...ecco la
nuova dimensione orale del forum), solo un po', di quel magnifico
strumento dell'antropologia che e' il **giro lungo**.
In antropologia c'e' questa cosa bellissima chiamata "giro lungo".
E' un viaggio, a due livelli: nel mondo, e nell'intimita' del viaggiatore.
Chi lo compie scopre culture diverse da quelle di provenienza, le confronta
con se stesso, poi il giro si chiude e torna al punto di partenza.
E cosi' si ritrova piu' ricco, grazie all'incontro con il diverso.
Ecco l'alterita' che arricchisce perche' rivela nuove declinazioni della
nostra anima, della nostra mente, del nostro corpo.
In tutto questo il teatro ha buon gioco, come lo ha il web.
Pensiamo alle somiglianze, forti e non azzardate, fra teatro, giro lungo
antropologico, e ipertesto.
Tutti modi di organizzare e rappresentare la conoscenza che hanno in comune
questa ricerca dell'altro, del frammento.
A proposito vi segnalo un mio breve saggio/articolo sul rapporto fra giro
lungo antropologico e ipertesto, antropologia e ciberspazio.
http://www.nousab.org/antropos.shtml
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stefania
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| spedito il 1-10-2002 alle 21:30 |
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esercizi di tolleranza
anche se in ritardo,
ti mando il materiale del lavoro di cui ti ho detto, che è anche sul sito
della mia scuola: è la sintesi di una esperienza piuttosto riuscita di
laboratorio teatrale scolastico ed extra-scolastico collegato
all'intercultura. Fammi sapere se può essere interessante in rapporto alle
cose discusse.
Progetto teatrale (2000-1)Esercizi di Tolleranza
Note su FREE
Percorso curriculare ed extra curriculare di inglese
in dialogo con GIRL di Jamaica Kincaid
Motivi della scelta di GIRL
Ho scelto di lavorare su GIRL di Jamaica Kincaid, anche se non l’avevo
trovato su alcuna antologia scolastica, per molteplici ragioni:
· perché lo sentivo innanzitutto un testo teatrale, sia per la sua
trascrizione di ordini e istruzioni con un interessante disequilibrio
nell’interazione tra i due personaggi,sia per la sua struttura piuttosto
memorizzabile grazie anche alle ripetizioni e ai giochi di suoni
· perché proponeva con chiarezza, talvolta durezza, una cultura
apparentemente ‘altra’e quindi offriva di esercitare la pratica
dell’incontro e della mediazione (il Progetto entro cui operavamo si
chiamava ‘Il Teatro Come Esercizio Della Tolleranza’)
· perché presentava la relazione fra adolescente e madre, sia pure in un
contesto diverso da quello degli studenti
· perché attraverso questa relazione evidenziava come il colonialismo fosse
stato invasivo e avesse trasformato anche le relazioni più intime
· per il suo uso della lingua, che si lascia attraversare dai sensi, dal
corpo da un lato, dall’altro è permeata dalla vita del luogo di cui parla,
su molteplici piani.
La classe/il gruppo del laboratorio
La classe con cui ho effettuato il percorso di comprensione e scrittura,
propedeutico al laboratorio teatrale, era composta da 16 persone al
terzo/quarto anno (il lavoro è durato due anni) del Liceo Scientifico, con
competenze medie nella lingua inglese, interessate a svolgere una
sperimentazione, anche se in generale non avevano nessuna esperienza
anteriore né in rapporto alla scrittura creativa, né al teatro; il testo di
Kincaid è stato uno dei primi testi letterari che hanno conosciuto nello
studio della lingua inglese.
Il gruppo di laboratorio pomeridiano è stato di fatto seguito per intero al
secondo anno da otto persone della classe e da una mia studentessa della
classe successiva a questa, anche perché aveva già lavorato con me in un
laboratorio precedente.
La comprensione
Mi interessava che le studenti/gli studenti entrassero in relazione
diretta con il testo ma senza mie spiegazioni anteriori che fornissero
definizioni pronte prima di una esperienza personale di lettura. Ho scelto
pertanto di accompagnarli elaborando per loro un percorso di comprensione
in modo che iniziassero da subito a esplorare il testo in classe con i
propri mezzi seppure sulle linee del percorso che avevo tracciato:
elaborando questo percorso, pur nella sua parzialità, mi è sembrato di
incontrarli maggiormente, di comprendere loro eventuali difficoltà e di
stabilire una maggiore interattività con loro. In un momento successivo,
anche in seguito alle domande che erano scaturite dopo la lettura, ho fatto
conoscere alla classe la biografia di Kincaid e ho fatto ascoltare una
intervista con lei sulle sue tematiche e sul suo stile; in quinta, in una
fase successiva, anche in seguito a queste premesse, ho avuto modo di
svolgere un percorso (seppur breve) su colonialismo e postcolonialismo, a
livello storico e letterario (Forster, Rushdie, Said, Hobsbaum), dove
perlomeno una serie di studenti ha rinvenuto un nesso tra l’educazione
vittoriana e gli effetti della colonizzazione nella situazione presentata
dal testo di Kincaid.
Dunque mi sono sempre posta in modo da far parlare il testo il più
possibile. In quest’ottica ho predisposto un glossario e una serie di
domande, con i quali le/gli studenti hanno gradualmente costruito un
proprio significato, anche utilizzando da subito la lingua straniera. Non è
stato facile: il testo, con la sua mancanza di trama, non li attraeva;
erano schiacciati dalla ripetizione degli ordini e dalla durezza della
situazione che si presupponeva. Avevano anche un atteggiamento quasi
‘paternalistico’ verso il contesto che intuivano emergesse dal racconto,
non si erano interrogati sulla questione coloniale o su termini perlomeno
discutibili con i quali all’inizio stavano definendo il contesto, come ad
esempio ‘paese sottosviluppato’. Tuttavia la lettura ha dato modo di fare
una bella discussione su quali dati decidessero l’età della protagonista: i
dati del corpo (era la prima volta che si parlava di corpo in modo
esplicito), delle abitudini, della relazione con i coetanei, il rapporto
complesso con la madre. Poi di ripensare al razzismo implicito in termini
da loro impiegati, come accennato sopra (anche se la discussione non mi
sembra risolta). In generale nella prima fase di comprensione non c’è stato
amore a prima vista rispetto al testo ma mi è sembrato ugualmente
importante che venisse recepita la durezza, la sofferenza delle relazioni e
che non ci fossero ‘abbellimenti’sulla percezione di una cultura ‘altra’.
Spesso si costruisce l’’altro’ secondo i propri desideri o le proprie
presupposizioni.
La scrittura
Per introdurre la fase successiva, della rielaborazione, ho
innanzitutto fatto memorizzare a ciascuno studente quattro righe dal testo,
che preferivano, in modo che ognuno avesse un proprio punto di partenza, di
esplorazione, in cui si sentisse maggiormente coinvolto. Poi ho spiegato il
percorso di scrittura: in un primo momento mi interessava che si
interagisse con l’aspetto sonoro, sintattico e a livello ironico, quasi da
lasciare respirare il piano immaginativo, entrare nella voce che nel testo
trascrive, ma come se questa si desse la libertà di giocare sugli ordini
ricevuti, lasciando spazio alla propria voce bambina, scherzosa: sono così
nati i segmenti della prima scena, dove la parola tradotta in italiano
aveva comunque la funzione di riportare alla durezza originaria. In un
secondo momento ho chiesto ai ragazzi di scrivere poesie sul personaggio
della ragazza, intendendo per poesia un tipo di scrittura più densa, non
solo abitata da un segno razionale: da questo tipo di lavoro sono stati
scelti tre scritti per la seconda scena. Per favorire l’incontro con il
personaggio del testo ho poi previsto la stesura di due lettere, una in cui
ciascuna/o immaginava di comunicare al personaggio quello che aveva capito
di lei (materiale per la terza scena) e una in cui ciascuna immaginava di
dare consigli alla protagonista(quarta scena). L’attività si svolgeva in
classe ma ci sono stati studenti che hanno desiderato ultimare le proprie
stesure a casa.
I testi scritti per la scena dovevano essere soprattutto comunicativi,
non mi sono preoccupata che fossero del tutto corretti, desideravo che
giocassero con l’immediatezza della relazione, per cui ho conservato le
ripetizioni o un linguaggio molto semplice che qualcuno di loro aveva
utilizzato e non ho censurato i testi dei cosiddetti meno bravi. Talvolta
questi ultimi li ho trovato più efficaci, più vicini al parlato e alle
scene che volevamo creare. In generale la scrittura creativa ha coinvolto
la classe come fosse un gioco e questo ha in parte diminuito le distanze
dal testo. Di diversi/e studenti ho sentito una voce specifica attraverso
questa attività, anche se per frammenti. Non è di tutti i giorni
riconoscere voci specifiche di studenti, quando spesso viene solo chiesto
loro di ripetere.
Messa in scena corale
In ambito di laboratorio la classe, pur non intendendosi
particolarmente di teatro e avendo come solo riferimenti forme di messa in
scena mimetiche, capiva che bisognava rendere chiaramente il personaggio
della ragazza anche se si intuisce che nel testo ‘lei’trascrive, per la
maggior parte dei casi, quello che la madre dice. Gli studenti la volevano
vera, possibilmente resa da una di loro, mentre a me interessava che si
confermasse l’invisibilità che c’è anche nel testo e che ne esalta la
presenza (ma non glielo riuscivo a spiegare in modo convincente, perché,
soprattutto nel lavoro ‘creativo’, le cosiddette intuizioni arrivano prima
e le razionalizzazioni in seguito).
Un altro motivo per cui non mi interessava la resa in scena della
protagonista era che mi sembrava importante creare una situazione corale,
dove non ci fossero ‘prime donne’, ma le interazioni si svolgessero su un
piano paritario, per così dire. Dal nostro dialogo sono comunque scaturite
la resa di questo personaggio attraverso azioni con scarpe usate
(recuperando il fatto che in inglese ‘mettersi nei panni degli
altri’diventa ‘to put yourself in someone else’s shoes’), costruzioni
simboliche della protagonista con le mani, o simulazioni con una valigia. A
questo riguardo occorre tenere presente che siccome non avevamo né soldi né
tempo ci siamo concentrati solo sui linguaggi della voce e del movimento, e
abbiamo utilizzato pochi oggetti ‘poveri’. La preoccupazione era infatti di
creare una dimensione evocativa, più che descrittiva. E’ stato interessante
anche far entrare i ragazzi maschi nel ruolo della madre e dunque agire
alcuni stereotipi.
Il gruppo ha trovato anche molto utile la discussione sul rapporto che loro
stessi/e avevano con gli adulti: gradualmente si sono resi conto di diverse
affinità con il discorso di Kincaid.
In generale è stato fondamentale condividere dubbi e incertezze durante
tutto il percorso, abbandonando schemi a priori e approfondendo il dialogo
con le esperte, una maestra della voce/soprano e una danzatrice/coreografa,
che con competenza hanno aiutato a entrare nel corpo del testo che stavamo
costruendo. Sono stati lodevoli l’impegno e l’assiduità dei ragazzi durante
le 35 ore del laboratorio pomeridiano.
Il pubblico (350 persone) che ha visto la performance al Teatro Fabbricone
( uno dei due principali della città, dove spesso si tengono spettacoli di
ricerca) non era inglese, ma consisteva principalmente di amici degli
studenti, coetanei genitori, parenti, docenti. Conservare il testo in
inglese ha costituito un’ottima pratica per l’apprendimento della lingua,
ma, a questo riguardo, era forse possibile offrire ulteriori strumenti per
quelli tra il pubblico che non conoscevano la lingua inglese.
Un momento molto bello è stato a Trento, quando l’esperta italiana su
Kincaid, la docente universitaria Giovanna Covi, ci ha chiamato a
presentare la comunicazione alla scuole superiori di Trento, come esempio
riuscito di lavoro che può definirsi ‘critica letteraria’.
Conclusione?
Il percorso svolto si potrebbe vedere anche come una lettura che si è fatta
scrittura col corpo, la progressiva scoperta/sperimentazione di fessure
attraverso cui entrare in contatto con il testo originario e stabilire
relazioni ‘in progress’.
L’altra/o, i panni, le scarpe, i piedi. Come accennavo prima, in inglese
abbiamo aperto la scena ricordando che ‘mettersi nei panni degli altri’ si
dice ‘to put oneself in someone else’s shoes’; le scarpe possono vedersi
come una sineddoche, una parte molto intima e specifica della persona, una
costruzione particolare. Come gruppo ci abbiamo messo tempo a capire come
entrare in quelle scarpe, forse non ci siamo riusciti a entrare del tutto
ma perlomeno abbiamo imparato a giocarci e ad avere più rispetto per quelle
forme: il testo di Kincaid, nella sua personalissima voce, invita
precisamente a riconoscere e ascoltare la ricca specificità dei corpi e
delle storie.
Stefania Zampiga
Liceo Copernico
Prato, gennaio 2002
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