Blaze
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spedito il 10-12-2002 alle 16:44 |
:)
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carlo
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spedito il 14-4-2002 alle 13:23 |
dicevo evento-non spettacolo
ma attenti
in operazioni come questa risiede la matrice del teatro: quella che induce
stupore e fa dello sguardo partecipato una condizione ideale di
conoscenza
un'atto d'orgoglio x lo spettatore che crede sia fondamentale conoscere
piuttosto che riconoscere
come invece accade in tanto altro teatro di consuetudine
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mirko
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spedito il 13-4-2002 alle 10:09 |
sono d'accordo con carlo
l'Odisseo e' un evento piu' che uno spettacolo, un evento che puo'
sconvolgere perche' ci riporta a contatto con emozioni profonde dentro di
noi che sono li',informi, come in una specie di liquido amniotico in attesa
di prendere forma.
l'impostazione dell'odisseo, la bravura degli attori fa si' che tutto
questo sia possibile, da' forma alle nostre emozioni ponendoci di fronte ad
esse, faccia a faccia come nel momento in cui qualcuno ci puntava una
lanterna a due dita dagli occhi sussurando il contenuto della nostra
emozione di quel momento.
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carlo
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spedito il 12-4-2002 alle 23:24 |
finalmente mirko
rilancia quel forum sull'odisseo
che di fatto non era mai decollato
ma che sarebbe stato + interessante di altri vederne lo sviluppo
proprio perchè il teatro in quel contesto nasce + dentro lo spettatore che
nell'azione degli attori.
La genialità di quell'evento (continuo a non chiamarlo spettacolo) è
infatti nella capacità degli attori di porre lo spettatore di fronte ad una
delle condizioni cardine del teatro: il rapporto con l'alterità.
Andando fino in fondo (quasi)
arrivando all'incontro ravvicinato con l'altro,
che spiazza e seduce.
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mirko
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spedito il 11-4-2002 alle 21:28 |
Non posso definirmi uno spettatore assiduo di teatro, ma credo di essere
uno spettatore abbastanza smaliziato: ho fatto teatro e recitato per
qualche anno, qualcosa mi e' rimasto.
Sono rimasto profondamente colpito dall'Odisseo, e' stato un pugno allo
stomaco che mi ha fatto restare per un'ora senza parole, in preda alle
emozioni e ai sentimenti piu' contraddittori: dolore, gioia, amore,
sofferenza, senso di colpa, calore, empatia, paura, conforto,
sensualita'.
Leggendo lo schema finale dello spettacolo sulla lettera ho potuto cogliere
meglio alcuni riferimenti alla vera storia di Ulisse, ma la sensazione che
ne ho avuto non e' stata positiva. Avrei preferito non leggere quella
lettera che ha portato una specie di ordine, di fil rouge, nelle mie
emozioni che fino a quel momento erano un vortice incontrollato che mi
portava da un estremo all'altro. Proprio come i gorghi marini che Ulisse ha
dovuto affrontare.
Alla fine non sono riuscito ad applaudire, anzi ho trovato dissonante
l'applauso che e' partito dagli altri **non-spettatori** che come me
avevano partecipato. Ma questo non perche' non abbia apprezzato
incredibilmente il lavoro degli attori, semplicemente perche' significava
ritornare al di fuori di un mondo. Significava accettare il varco di una
soglia (se ne parlava al Bu-net il lunedi' sera prima dello spettacolo) e
tornare da dove ero venuto, significava abbandonare Itaca un'altra volta. O
forse significava abbandonare il viaggio e fermarsi, il viaggio in tutte
quelle emozioni. Non l'ho ancora ben capito. Non sono riuscito ad
applaudire perche' mi sembrava svilente, banalizzante, mi sembrava che
tutte le emozioni intense provate venissero certificate come finzione,
mentre in realta' la finzione le aveva soltanto richiamate a galla da
dentro di me e dall'interno dell'attore o dell'attrice che in quel momento
me le trasmetteva. Ma erano emozioni vere. E' come se le parole che
pronunciavano fossero semplicemente dei pretesti, dei codici per far
connettere empaticamente le due anime di attore e spettatore. Sembrava che
le emozioni non si trasmettessero, ma si provassero insieme, come nel
momento in cui la mano veniva appoggiata sul petto di qualcuno a sentirne
il battito del cuore, o nel momento di una carezza.
Credo che questo spettacolo sia una creazione collettiva, credo che anche
gli attori ricevano dall'interazione con
sconosciuti emozioni forti, contrastanti.
C'e' una frase di un libro di Calvino, "Le citta' invisibili", che dice:
**L'inferno dei viventi non e' qualcosa che sara'; se ce n'e' uno, e'
quello che e' gia' qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo
stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile
a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non
vederlo piu'. Il secondo e' rischioso ed esige attenzione e apprendimento
continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non
e' inferno, e farlo durare, e dargli spazio.**
L'Odisseo non e' inferno.
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carlo
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spedito il 10-4-2002 alle 21:39 |
con il tempismo che mi ritrovo
solo ora mi accingo a cogliere, in parte, il tuo invito a esprimere due
considerazioni sull'odisseo.
trovo interessanti le interazioni di ogni tipo. tuttavia quella sera ero
impermeabile.
come in balia di eventi che accadono senza coinvolgermi. ho dovuto
ricorrere alla femminina curiosità per andarmi a cercare qualcosa da
sentire. una sorta di auto induzione. provavo invidia per tutti coloro che
sembravano davvero intrigati da quella banda di poltergeist di omerica
estrazione. e dire che gli studi classici dovrebbero favorire...
più che partecipare ho assorbito alcuni richiami di natura erotica ma
asessuata, lasciandomi catturare solo dallo scambio d'identità attraverso
lo specchio, unica prova della mia presenza (!). il resto è come una
macchia d'arancia che svanisce nell'oblò di una lavatrice.
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carlo
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spedito il 2-4-2002 alle 16:32 |
torno dal tour pasquale e trovo poco molto poco nel forum
cos'è siuccesso?
o meglio: cosa non è successo?
ho un'idea abbastanza precisa di questi meccanismi...
è che nessuno in fondo l'ha voluto
s'è attivato così... come in un brindisi col buon vino...
serve comunità di partenza...
un piccolo gruppo che s'interroga e gioca
con la voglia di giocare...
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luca
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spedito il 28-3-2002 alle 09:10 |
ricordo l'occhio magnetico dell'attore che ciclicamente mi aggancia, zoomma
con il mio, gioca con il mio
e poi quando con lo specchio mi pone davanti al mio sguardo attonito...
funziona, eh se funziona.
e poi ricordo le splendide forme di un'attrice, nella circolazione
vorticosa dei corpi aspettavo che il caso la combinasse al mio, di
corpo.
Sensualità niente sessualità.
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malia
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spedito il 27-3-2002 alle 15:50 |
sono andata piena di paura, non mi piace essere coinvolta come spettatrice
in uno spettacolo; loro, gli attori sono pronti, preparati, noi gli
spettatori anche se allenati restiamo, a volte con piacere al di fuori. Poi
anche per me il trapasso attraverso il buio, le voci diffuse come un suono
dall'oltretomba, le carezze che ti facilitano l'abbandono. Ti fidi e ti
lasci
andare, non ti domandi più che cosa sta per capitare, entri dentro.
L'incontro con gli altri, non li senti più attori, entra nella tua intimità
e coglie non i tabù ma le ingenuità che ti porti dentro, i sogni o i
fantasmi conservati nel cassetto. E poi, quando tutti sono rilassati,
esplode qualcosa, tutto si agita, le emozioni degli altri respirano, il
respiro diventa fiato, si alza la temperatura. Sei quasi pronto
all'amplesso e invece esplode la furia. Nessuno te l'ha detto ma i fantasmi
dei compagni di Odisseo diventano di nuovo guerrieri cominciano a correre,
a fare rumore, a toccarti con aggressività. Tradimento, ti verrebbe da
gridare ma ormai ci sei dentro, non te ne puoi andare. Hai accolto delle
carezze, adesso prenditi anche le spinte. Così è se ti metti veramente in
viaggio.
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massimo
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spedito il 27-3-2002 alle 15:27 |
Un sogno. Cosa resta la mattina quando mi lavo la faccia e con l'acqua
scivola via l'ansia che nella notte aveva pervaso il mio corpo? Così per
Odisseo. Due ragazzi si baciano sul marciapiedi del Teatro Gobbetti.
L'unica prova che forse qualcosa è successo davvero lì dentro.
Come il mare che nasconde la mattina la tempesta che l'aveva solcato alla
notte...
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carlo
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spedito il 27-3-2002 alle 00:04 |
esco fuori da quel sogno lucido (che è il teatro, quando va bene)
dell'Odisseo, un pò sporco di arancia e di borotalco. E contento. Il teatro
del lemming ha lasciato il segno, ha toccato i tasti giusti, ha messo in
gioco le mie percezioni. Tra aggressioni (di alcuni maschi un pò torvi) e
attrazioni (di alcune ragazze suadenti) il mio corpo di spettatore era
all'erta. In campana. Attento a sè stesso. Non è poco per il teatro. Roba
rara.
Ma non capisco perchè nel documento che ci danno alla fine si afferma che
il teatro, come il mare, non lascia traccia.
La lascia eccome. E' nellmio sguardo e nella mia memoria. E nel desiderio
di tradurlo in un atto di comunicazione come questo. Un atto che intende
rimettere in circolo almeno un pò dell'energia che queli attori hanno
trasmesso con intelligenza e sensibilità.
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