SCENE FUTURE

Il Teatro e il suo futuro,
tra Memoria dell’Avanguardia e l’opportunità di nuove percezioni.

Rilancio, inquieto, una domanda che mi è stata posta. Quale futuro per il teatro?

Prima di pensare che è banale misuratevi con quella inquietudine che non può essere liquidata come una qualsiasi "ansia del nuovo". Non sarebbe giusto.

Prima di cercare risposte azzardate è quindi più interessante girare intorno a questa domanda, cercando di capire le caratteristiche di questa inquietudine culturale che oggi sembra snobbata. C’è infatti sempre meno disponibilità al "dubbio" in un’era tutta proiettata verso un futuro digitale estremamente deterministico. La stessa percezione del tempo, della Contemporaneità, è schiacciata tra il passato e un futuro troppo ipotecato dalle tecnologie ( ed è proprio per questo che dobbiamo darci da fare, per rilanciare un "nuovo umanesimo"...). Affermare che il Teatro non riesce più a esprimere lo spirito del proprio tempo è, ad esempio, un modo per descrivere un disagio sempre più diffuso nei confronti di questo Presente ipotecato da un Futuro che non si vuole più progettare. E’ qui il nodo: dopo tanta sperimentazione legittimata anche da un ecosistema teatrale profondamente ideologizzato si è giunti, forse, ad un punto di non ritorno: una stasi che da una parte sta arrivando ad una nuova configurazione degli assetti produttivi e istituzionali.

C’è quindi tanta inerzia (nel Teatro del Repertorio) e tanta, sacrosanta, "resistenza" culturale: il gioco sembra bloccato e rivolto esclusivamente al proprio interno, in un moto centripeto che rimacina valori, tecniche, progettualità. Ma senza interferire con la Contemporaneità e tanto meno con il dibattito culturale sul Futuro.

La deriva del Nuovo Teatro

L’idea stessa di Nuovo Teatro si è dissolta come quella , ancora più generica di Avanguardia. Era infatti irreversibile che si esaurisse quella carica propulsiva che sull’onda della conflittualità sociale degli anni Settanta ha segnato, perlomeno in Italia, più di una generazione teatrale impegnata nel cortocircuito tra arte e vita. Un dato questo che va ben oltre il principio stesso di "rinnovamento" delle convenzioni teatrali, quello segnato, tanto per intenderci, da autori come Gruber, Stein e in Italia Ronconi e per altri versi Castri. In quella zona di sperimentazione hanno agito le più diverse esperienze, creando in Italia più che altrove, una complessità culturale straordinaria sul piano aggregativo principalmente. Si pensi a Festival come quello di Santarcangelo e a tutta l’orbita "fideistica" del Terzo Teatro e alla "new wave" di contagio metropolitano di Falso Movimento a Napoli e de La Gaia Scienza a Roma. Fu un gioco radicale che ha permesso molti azzardi, ignorando modelli culturali e convenzioni formali, e nel "disordine eccellente" tante di quelle intuizioni che hanno di fatto inventato tanti "teatri possibili". Già nell’usare questo plurale, oltre la parola Teatro ( che per alcuni è un unico "principio attivo"), si pone un approccio paradigmatico, ovvero teso a porre una particolare chiave di interpretazione al fenomeno. La molteplicità dei linguaggi in essere sulla scena esprime una complessità che fa del Teatro un campo magnetico per tutte le arti (come suggeriva Kandinski) e questo sollecita lo spettatore ad essere dinamico, ad investire sulla propria percezione e sul proprio "tempo". Quando questo tempo interiore coincide con quello esterno, quello storico, accade qualcosa in più.

Questo è sempre accaduto, dai tempi della Tragedia Greca in quanto vettore "storico" della tecnologia-Alfabeto, fino al Dramma Borghese (Ibsen,Cechov...) portatore di quella psicologia ottocentesca appena incentivata dal Romanzo...

Il contagio evolutivo

Provate poi a pensare quanto fu importante essere coinvolti negli anni Sessanta dagli happening bioenergetici del Living Theatre, o dalle liturgie grotowskiane se non scoprirsi spettatori-autori di una sensorialità di fronte ai sogni lucidi di Bob Wilson che al Festival di Nancy sconvolse Louis Aragon per essere finalmente riuscito a tradurre i principi del Surrealismo in Teatro. Uno dei teatri possibili. Come quelli espressi da Eugenio Barba e tutto la miriade di esperienze che hanno dato vita al Terzo Teatro che per anni ha dato delle risposte ad una generazione alla deriva.

Non è facile immaginare oggi esperienze teatrali talmente contagianti, sincroniche con lo spirito del tempo, evolutive. Sarebbe banale cercare queste potenzialità in chissà quale "teatro tecnologico" nei confronti del quale è più facile diffidare che credere.

Anche se qualcosa emerge con tutta la sua carica paradossale come la cyber-performance "Epizoo" di Marcel.lì Antunez Roca (già fondatore de La Fura dels Baus) di cui ho già parlato su queste pagine. Dai suoi ex-soci catalani arrivano ancora ondate d’energia iconoclasta che in "M.T.M", l’ultimo loro spettacolo, prendono la forma di un Teatro Musicale "Techno" di fine millennio. Ma il dato sul quale investire più attenzione è quello che riguarda le nuove opportunità sensoriali dello spettatore, sollecitato da autori che sappiamo progettare lo "spazio-tempo" della scena condivisa. Torna in mente Bob Wilson per la sua capacità di farci investire sulla nostra percezione del tempo di fronte all’evidenza di un "teatro-trance" alimentato dalle musiche iterative di Philip Glass. Un progetto che continua ancora e che speriamo di vedere rinnovato nel prossimo "Master of Grace". E’ solo un esempio dei tanti che potrebbero scaturire da un’accurata ricognizione. Ma la mia intenzione ora è quella di presentare qui il tassello di un ipertesto diffuso in Internet su "La Memoria dell’Avanguardia", un perno teorico di qualsiasi riflessione sul teatro del futuro. Senza quel perno la molla ideale non potrà scattare. E’ quasi un dovere trovare la chiave per comunicare alle nuove generazioni di autori e spettatori quelle tensioni culturali che anni fa hanno addirittura trovato nel Teatro un laboratorio antropologico per le progettualità (sia artistiche che sociali) future.

L’ipertesto è "navigabile" in due siti: uno è quello di CYBERIA l’altro è il LABORATORIO D’ARTE DELLO SPETTATORE . Le parole sottolineate sono "hotword", pulsanti che rimandano ad altri tasselli testuali.

(Sipario, aprile 1994)

Carlo Infante

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